Giacomo Matteotti politico socialista, uomo di pensiero ed azione, ma anche marito e padre. Parte prima.
Introduzione.
Il 16 luglio 2026 sono andata ad ascoltare, presso la Biblioteca Civica di Tolmezzo, la presentazione del volume “Giacomo Matteotti nel socialismo e nella storia d’ Italia”, a cura di Claudio Natoli, Viella ed. 2025. Erano presenti ed hanno parlato: Claudio Natoli, curatore del volume; Daniela Rossini dell’università Roma Tre e Gianluca Volpi dell’Università di Udine. Riporterò i loro interventi uno alla volta.
Tanto per incominciare, ha colpito un po’ tutti la presenza di circa 30 persone, o forse più, ad ascoltare questo incontro anche perché ormai i libri sul pensiero anche politico di personaggi di spessore paiono passati di moda e la politica, anche internazionale, pare più condotta come un gioco al videogame e con un botta e risposta che altro. Così, ormai, ora come ora, ben pochi politici risultano credibili e paiono veramente rappresentare la loro nazione piuttosto che una somma di interessi privati. E così il mondo è diventato davvero insicuro.
Mi diceva una persona stamane che scrivo articoli troppo lunghi per un lettore medio, ma io penso che si debba ritornare a leggere e ricordo con infinito rispetto sia gli operai carnici che avevano nella valigia “I Miserabili” di Victor Hugo, che leggevano dalla prima pagina sino all’ ultima, sia i fratelli Lucchini che affrontarono discorsi e testi marxisti per il proletariato difficilissimi. E credo che in Carnia non furono i soli.
E penso a quanto i proletari italiani, (che avrebbero voluto unirsi per recuperare un lavoro dignitoso ed adeguatamente pagato ed una scuola che desse pari opportunità ai figli di tutti) nel periodo che precedette il 1921, data di creazione del Partito Comunista d’ Italia, conoscessero del pensiero socialista ed anarchico nelle sue varie sfaccettature, ed in particolare della diversità di opinioni fra il socialismo riformista e quello massimalista, che comunque non erano realtà granitiche, mentre ora non si sa più leggere e si passa da una immagine all’altra, e ben pochi riescono a partecipare ad un reale dibatto politico con cognizione di causa, senza interrompere e senza offendere. L’offendere a livello personale, l’interrompere, dar di fioretto in ogni modo, senza pensare, paiono i mantra della politica della destra vecchia e nuova. E come non ricordare che anche Giacomo Matteotti, mentre pronunciava il suo famoso discorso che tenne il 30 maggio 1924 alla Camera, denunciando i soprusi avvenuti prima e nel corso delle lezioni politiche del 1924, fu continuamente interrotto dai fascisti che cercavano di impedirgli di parlare?
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Ma chi era Giacomo Matteotti? In primo luogo un socialista pacifista che occupò diverse cariche istituzionali.
Ma ritorniamo a Giacomo Mattotti. Egli era nato a Fratta di Polesine nel 1885 ma il padre era originario del Trentino, era riuscito a fare fortuna prestando denaro, e questo fu pure rinfacciato a Giacomo. Egli aveva due fratelli, Matteo e Silvio, poi morti di tisi in età giovanile, e tutti e tre erano socialisti. Giacomo si laureò a pini voti a Bologna in giurisprudenza, e per motivi di studio si portò in Olanda, Belgio, Austria, Germania, Francia e Inghilterra, arrivando ad apprendere il francese, l’inglese e il tedesco.
Avendo aderito sin dall’età di 13 anni al socialismo, affinò la sua preparazione anche politica e, nel 1910, fu eletto consigliere comunale nel paese natale. Quindi, nel 1914, divenne sindaco del piccolo comune di Villamarzana, ed entrò pure, come permesso dalla legge di allora, a far parte di altri comuni in veste di consigliere. Nel frattempo era entrato pure nell’amministrazione provinciale unendo alla teoria la pratica politica istituzionale. (https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Matteotti).
Nel 1915, Matteotti assunse una posizione contraria alla guerra, sostenendo la necessità di opporsi alla stessa con tutte le armi possibili, non esclusa una “agitazione rivoluzionaria” che giungesse pure sino alla ‘guerra civile’, a differenza della gran parte dei socialisti riformisti, che lo criticarono apertamente. (Mario Spinella, Politica ed ideologia politica, in Critica Sociale a cura di M. Spinella, R. Amaduzzi, A. Caracciolo, G. Petronio, Vol I, Feltrinelli ed. p. LXVII). E sempre da detto volume veniamo a sapere che Giacomo Matteotti aveva iniziato a collaborare con la prestigiosa rivista socialista nel 1915, insieme ai fratelli Carlo e Nello Rosselli, portando linfa nuova alla stessa. Né possiamo dimenticare che nel 1914 anche Benito Mussolini era figura nota del socialismo e Matteotti e Mussolini si incontrarono una prima volta come aderenti allo stesso partito ma su fronti opposti per quanto riguarda l’entrata in guerra nel 1914. Ed anche Benito Mussolini era romagnolo, era di Predappio, mentre i fratelli Rosselli erano toscani.
«Nonostante (Giacomo Matteotti) fosse l’unico figlio superstite di madre vedova, il 6 agosto 1916 fu richiamato alle armi e assegnato alla 97.ma Compagnia del 4º Reggimento di Artiglieria da Fortezza, con la motivazione che «essendo Rovigo “in Stato di guerra” è “assolutamente pericoloso” che questo “pervicace, violento agitatore, capace di nuocere in ogni momento agli interessi nazionali” continui a rimanere in una zona tanto delicata». Le sue posizioni antimilitariste e il suo attivismo contro la guerra gli costarono l’allontanamento dal Polesine per tre anni e il confino in una zona montagnosa nei pressi di Messina, a “Campo Inglese”, dove rimase fino al marzo del 1919». (https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Matteotti).
Finita la guerra, e terminato il confino, Giacomo Matteotti fu eletto in Parlamento per la prima volta nel 1919 nel collegio di Ferrara e fu poi rieletto nel 1921 e nel 1924. E dai suoi compagni di partito gli fu attribuito il soprannome di “Tempesta”, a causa del suo carattere battagliero ed intransigente.
«In pochi anni, oltre a preparare numerosi disegni di legge e relazioni, intervenne 106 volte in Aula, con discorsi su temi spesso tecnici, amministrativi e finanziari; cercò di essere all’altezza del ruolo di parlamentare “soprattutto sul terreno che gli era più congeniale: l’ambito finanziario, quello della pubblica amministrazione, nel quale portava la solida preparazione legale acquisita all’Università di Bologna, che ne aveva fatto un giurista da tutti apprezzato, e l’esperienza acquisita nell’anteguerra gestendo gli enti locali nella sua provincia di Rovigo. Il rigore della spesa, la credibilità della finanza pubblica, l’equa ripartizione del carico fiscale (…), la necessità di introdurre chiarezza e comprensibilità nella legislazione intensificando sinergie e collegamenti con l’Europa, furono il terreno sul quale egli si impose all’attenzione generale, non solo in Italia». (https://it.wikipedia.org/wiki/Giacomo_Matteotti). E lottò sempre con lo studio, la parola e la penna. Quindi le elezioni del 1924, la sua relazione precisa e puntuale su quanto aveva fatto il fascismo per andare al potere, e la sua uccisione per mano fascista.
E continuo queste note biografiche su Matteotti per riportare quanto è stato detto su di lui a Tolmezzo, alla presentazione del volume edito da Viella e curato da Claudio Natoli, “Giacomo Matteotti nel socialismo e nella storia d’ Italia. Ed accontentatevi di questo, miei lettori, perché c’ erano solo due volumi a disposizione all’ incontro, ed uno lo ha preso subito una signora, l’altro il bibliotecario. Comunque esso si può comperare on line.
E ricordo pure, nel merito, quanto ho scirtto nel mio su www.nonsolocarnia.info intitolato “L’ascesa del fascismo e il contrasto alla corruzione ed alle violenze da parte di Giacomo Matteotti a cui molte vie e piazze sono dedicate, ma che pochi sanno chi sia stato.” che vi invito a leggere se non lo avete già fatto.
Adesso io credo che possa essere chiaro a tutti perché i caporioni fascisti e Mussolini odiassero Matteotti più di altri: per la sua intransigenza morale, per la sua capacità di controllare le parti economico – finanziarie, cosa che poteva in ogni momento far traballare un governo che si apprestava a diventare regime, per il fatto che era un espertissimo in legislazione, forse per le sue conoscenze all’estero e per la sua avversione alla guerra, quando il fascismo aveva affondato le sue radici nel mito della prima guerra mondiale, onde far dimenticare le migliaia di morti per Trento e Trieste, trasformando i soldati costretti a combattere in eroi difensori della Patria mai attaccata ed affossando l’inchiesta su Caporetto che, se resa pubblica, avrebbe portato alla vittoria del Partito Socialista nelle imminenti elezioni politiche del 1919.
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Presentazione del volume e sul perché dell’incontro.
A Tolmezzo, il 16 luglio 2026, come concordato tra i relatori, ha iniziato a parlare il prof. Gianluca Volpi dell’Università di Udine, esperto di Storia dell’Europa Orientale e di nazionalismo nei Balcani. In primo luogo egli ha introdotto il perché dell’incontro per parlare di un volume che raccoglie quanto prodotto in un convegno.
La pubblicazione degli atti di un convegno accademico è importante perché i libri non vengono scritti per chiudere la bocca a qualcuno con argomenti definitivi, ma per trattare un tema mettendo insieme le diverse competenze scientifiche, per raccogliere pareri documentati e per poter, poi, aprire un dibattito con la gente, con il pubblico, che è il destinatario ottimale. Quando però il contatto del mondo accademico con gli altri cade, si viene a formare la situazione definita “torre di avorio”, dove la gente percepisce l’università come luogo ove si trovano docenti chiusi nel loro mondo ed incapaci di comunicare.
E può accadere che, in questa assenza dell’università nel mondo sociale, esso si riempia di quei presunti esperti, ma vissuti dalla gente come tali, che si sono autonominanti competenti e che provengono dal magma ribollente di interessi del popolo, ma senza ulteriore cognizione di causa.
Invece il rapporto che alcuni accademici vogliono costruire è diverso, è costruttivo e divulgativo insieme ed anche questo volume non è un prodotto per esperti. E la cosa migliore che un accademico possa fare è proprio quella di mettere in campo una divulgazione scientifica di alto livello, dove divulgazione non significa banalizzazione. Infatti non si devono raccontare storielle al pubblico per rabbonirlo o per mettergli in testa qualcosa di molto semplice e magari molto discutibile e fruibile, per sommi capi. Significa invece tentare di aprire un dialogo con un tipo di comunicazione che permetta il dialogo con persone di medesimo livello intellettuale. In sintesi il professore universitario scrive il saggio, ma è il pubblico, un pubblico preparato, che deve giudicarlo ed in particolare che, dalle idee proposte, può trarre la linfa per l’agire quotidiano.
Quindi il professore dell’Università di Udine si è soffermato sui contenuti del volume.
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Gianluca Volpi. Il modo di fare politica di Giacomo Matteotti, un monito per l’oggi.
Il prof. Volpi ha esordito dicendo che, se il pubblico risulta così numeroso, è certamente per il valore straordinario che Giacomo Matteotti riveste attualmente e per il fatto che è stato uno dei grandi protagonisti del Novecento italiano. La sua attività, però, non è solo ascrivibile alla sua posizione verso l’avvento del regime fascista ed al suo contrastare i tentativi del fascismo di diventare dittatura. Infatti egli è un personaggio che va recuperato per quel carico di pensiero, di idee, di creatività politica che risulterebbe immensamente utile oggi, in quanto ci troviamo davanti ad un vuoto ideologico. Quasi tutti i partiti politici, attualmente, navigano sull’acqua del pragmatismo puro ed hanno dimenticato sia il contatto con la gente sia il progetto politico che deve stare alla base dell’azione.
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Non è sufficiente, per gestire una democrazia, il reciproco scambio di accuse, l’attacco di chi sta al governo quando vi sta; per fare politica ci vuole un progetto che raccolga il popolo intorno a sé. E se la politica non è frequentata dai cittadini, un motivo c’è sicuramente, e non è solo colpa loro o dei tempi che corrono e che cambiano, o dei vecchi valori che non ci sono più.
Giacomo Matteotti è attuale per questo: perché aveva un modo di rapportarsi alla politica fatto di impegno, di creatività e di concretezza, aveva una visione della politica che univa il pensiero e l’azione, che rappresentava, poi, il messaggio di Giuseppe Mazzini agli italiani nel corso del Risorgimento.
Ma Giacomo Matteotti fu pure per più volte oppositore politico di un governo in carica, sia di quello liberale che poi di quello fascista, e portava, in quella veste, non solo il peso degli slogan e della mobilitazione popolare, ma anche la concretezza dei fatti. E quando si è opposizione e si deve fare qualcosa e si deve scoprire le malversazioni della parte avversa, bisogna mettere sul tappeto fatti concreti non parole od ipotesi, bisogna lavorare ed impegnarsi e non è sufficiente la semplice invettiva politica d cui sono piene le piazze.
Ma forse fu proprio per questo che Benito Mussolini considerò Giacomo Matteotti come un nemico fondamentale e, dopo averlo eliminato, il suo posto venne preso dai fratelli Rosselli, pure loro antifascisti concretamente tali, non soltanto persone in grado di impensierire il regime fascista con accuse, slogan od invettive politiche, ma di fargli realmente paura.
Mussolini non riservò lo stesso trattamento a tutti i suoi avversari: un leader come Matteotti, deciso ad utilizzare la violenza nella politica, identificava correttamente i soggetti da colpire maggiormente perché più pericolosi per il regime che andava costruendo. E basta ricordare, in proposito, la denuncia dei brogli elettorali nel 1924, per capire cosa egli poteva rappresentare per il fascismo al potere. Infatti la sua denuncia era circonstanziata, non fatta solo su parole ma su una elencazione puntuale di fatti.
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Ma per ritornare al volume oggetto di questa presentazione, il testo può spaventare il pubblico perché è il prodotto di un lavoro accademico puro e riporta quanto detto nel convegno “Giacomo Matteotti nella storia d’Italia. Tra crisi dello Stato liberale e avvento del fascismo” tenutosi a Roma il 6 giugno 1924, a cura dall’Anppia (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti), con la collaborazione dell’Irsifar (Istituto romano per la storia d’ Italia dal fascismo alla Resistenza) che si è pure impegnato nella pubblicazione degli atti.
Il convegno era diviso in due parti: “Matteotti uomo e politico” e “La crisi Matteotti”. Questa seconda parte non va soltanto ad indagare il delitto Matteotti e la successiva elaborazione della figura mitica dello stesso come antifascista, ma si cura di analizzare tutti i risvolti e le ricadute che la cosiddetta “crisi Matteotti” ha avuto nella politica e cultura italiane ed anche le ripercussioni che ha prodotto nei personaggi più vicini a lui.
In particolare al prof. Volpi pare interessante il saggio di Cavino su Piero Gobetti, la crisi Matteotti ed il tracollo dello stato liberale, perché l’autore è uno di quelli che pensano che andrebbe recuperato sia il messaggio ideologico e socialista di Matteotti sia la rivoluzione liberale di Gobetti, in quanto ambedue stanno alla base della Costituzione e di un’autentica democrazia, ma soprattutto perché sia Gobetti che Matteotti hanno avuto un rapporto particolare con la gente, traendo da questo rapporto anche linfa per il loro pensiero e per le tematiche da prendere in considerazione.
Inoltre la loro azione politica non fu mai mirata alla carriera personale o all’ affermazione dei principi di un partito politico, ma puntava ad un coinvolgimento più globale della gente, partendo dall’assunto che le democrazie non si costruiscono solo sul terreno ideologico ma hanno bisogno di una figura fondamentale per funzionare: quella del cittadino elettore.
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Infatti, senza la maturità politica del cittadino elettore, la democrazia, anche se guidata dagli spiriti più illuminati che noi possiamo concepire, è destinata a produrre poco. E Giacomo Matteotti era pienamente consapevole di questo e per questo la sua azione politica era rivolta a dare risposte alle esigenze della sua gente di Romagna, terra diventata, allora, un vero laboratorio sociale e politico pure a livello nazionale. Ed allora l’Italia aveva bisogno di uscire dalla fase regionalistica e localistica ed aveva la necessità di proiettarsi verso un livello unitario più alto, più generale, perché i meccanismi che condizionano la vita all’interno di una semplice provincia non sono necessariamente presenti solo nella stessa. (Per esempio, scrivo io – le condizioni di vita ed i salari dei bracciati agricoli e di riflesso il ‘socialismo agricolo’ erano un problema allora diffuso).
E secondo Volpi, l’unico aspetto che non è stato messo in luce nel volume, in quanto particolarmente difficile da trattare, è quello del rapporto sia di Gobetti che di Matteotti, ma in particolare di quest’ ultimo, con il problema della Grande guerra.
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La Grande guerra (1915- 1918 per l’Italia) è un fenomeno complesso che ha sconvolto l’Europa intera e di cui paghiamo ancora le conseguenze. Matteotti ne aveva intuito pienamente i risultati negativi.
E raramente un politico che non giocasse sulla scena europea, come Giacomo Matteotti, ebbe una visione lucida e chiara degli errori del trattato di Versailles. Ed egli fu uno dei pochi che, in Italia, non abboccarono alla trappola della “Vittoria Mutilata”, mentre esistono ancora persone, colte, evolute e politicamente impegnate, che pensano veramente che l’Intesa abbia penalizzato l’Italia rispetto alle richieste che aveva fatto nell’ atto di firmare la sua partecipazione alla prima guerra mondale. Però nella realtà non fu così.
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Ma per ritornare al dunque, cosa è importante in Matteotti, relativamente al suo pensiero sulla grande guerra e precedente alla stessa? La sua visione della guerra e della pace. Ed egli, pur essendo un socialista riformista, non fu né interventista né presente nella prima guerra mondiale in uniforme da volontario, come altri intellettuali italiani sia di orientamento liberale che non liberale e come tanti nazionalisti. E questo gli fu rimproverato pesantemente e divenne uno degli attacchi preferiti della controparte fascista. I fascisti amavano molto rimproverare ai considerati nemici di non aver partecipato alla Grande Guerra, salvo il fatto che, però, molti di loro non l’avevano combattuta. Ma questo è stato un atteggiamento comune a tutte le destre sia della parte occidentale che orientale dell’Europa.
Bisogna però ricordare che il discorso sulla guerra e la pace, su quando sia giusto parlare di guerra, cioè di quando un popolo debba effettivamente prendere le armi per difendersi e difendere i propri valori costituzionali e liberali, era allora ben presente, e il problema non poteva essere risolto, secondo Matteotti, con un semplice “facciamo una guerra difensiva”. Perché cosa significava questa asserzione? Sarebbe, facendo una similitudine, come uno, parlando del campionato mondiale di calcio, dicesse che si può giocare una partita sono in difesa.
Ė questo – secondo il professor Volpi – un problema molto grosso in una società che cerca di liberare l’uomo dal dominio dell’uomo ma che deve però venir affrontato, altrimenti resta di dominio delle destre guerrafondaie e nazionaliste, che gestiscono a loro modo anche l’idea di Patria. E gli italiani, con il fascismo ne hanno fatto diretta esperienza.
Certamente sarebbe stato interessante vedere Matteotti, se non fosse stato ucciso dai fascisti, parlare di questi temi perché avrebbe avuto molto da dire, per esempio, sulla coesistenza delle nazioni europee alla luce dei nuovi ideali di sicurezza collettiva, di autodeterminazione nazionale, di pacifismo e demilitarizzazione.
Militarizzazione o smilitarizzazione di nazioni e territori sono stati però due temi che erano presenti anche ai tempi della sua breve esistenza, perché nei primi decenni del Novecento facevano parte del dibattito politico.
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Ma per ritornare specificatamente al volume oggetto della presentazione, Volpi ha detto che esso introduce a diverse tematiche e visoni del mondo che appartenevano all’epoca in cui visse Matteotti ma che appartengono pure al mondo contemporaneo e che si possono incontrare nel suo pensiero.
Inoltre, a suo avviso, è interessante analizzare i nodi ideologici che caratterizzarono il pensiero di Matteotti, in particolare verso quale la società socialista si voleva indirizzare il paese. E bisogna ricordare che egli non era completamente d’accordo con i comunisti. E questo porta ad un altro problema: quello del rapporto di Matteotti con il comunismo e con il vento di Mosca, nel momento in cui esso rappresentava l’avanguardia ed era qualcosa di diverso dallo stalinismo. Ed il vento che soffiava da Mosca era un vento di innovazione, di profondo cambiamento, di palingenesi mondiale, quando ancora non erano evidenti le storture insite nel sistema bolscevico e nell’ ideologia marxista -leninista. E per un socialista come Mattotti il problema si poneva in maniera molto acuta e molti come lui si chiedevano allora cosa avrebbe potuto fare “il vento di Mosca” anche in Italia.
Avrebbe potuto, fondamentalmente, attirare verso di sé le masse in modo diverso dal partito socialista e soprattutto poteva cancellare quell’ idea, che era molto forte in Matteotti, del lavoro quotidiano e continuo per “redimere le masse”. Infatti egli credeva non nell’azione rivoluzionaria violenta che spazza via tutto, qualche volta necessaria, ma nell’ opera costante rivolta al popolo, non però nel riformismo fine a sé stesso, che trovava molte adesioni nel Partito Socialista di allora. E si può certamente sostenere che egli si applicò in un lavoro sociale che di rivoluzionario aveva l’obiettivo di portare al risultato giorno dopo giorno.
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Purtroppo questo modo di procedere piace poco ai giornalisti di oggi, che cercano quello che fa notizia e che fa scoop, mentre non sanno apprezzare un lavoro da formichina politica, che costruisce, con fatica, pietra su pietra, giorno dopo giorno, che non interessa più a nessuno. Basta guardare i resoconti giornalistici nei telegiornali attuali: sono una sequela di catastrofi che colpiscono, che ci vengono buttate in pasto alla fine di scuoterci. Ma non viene mai raccontato il lavoro di chi fa avanzare il paese giorno dopo giorno, se non in occasione di qualche premio, una tantum. Normalmente queste figure non appaiono.
E un uomo assolutamente dedito alla sua missione, capace di usare le parole in modo giusto, capace di coniugare pensiero ed azione nel modo migliore e nell’interesse della causa socialista. certamente rappresentava, per il fascismo, il nemico numero 1. Il fascismo non aveva bisogno di slogans contrari o di agitatori di piazza, ma il fascismo aveva realmente paura di persone come Matteotti perché mettevano a nudo le soperchierie cioè le angherie dei potenti e tutto l’intreccio di affari più o meno sporchi della politica, di cui anche il fascismo incominciava a diventare l’organizzatore generale.
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In quel periodo il fascismo era uscito dal momento della marcia su Roma e delle violenze squadristiche per toccare aspetti più profondi, legati alla sua avvenuta presa del potere. Infatti ad un certo punto le violenze squadristiche finirono ma il regime che si instaurò fu qualcosa di ben peggiore della mera violenza squadristica, e per questo guardiamo ad esso con rinnovato interesse. Ed effettivamente studiare Matteotti, studiare Gobetti ed anche De Gasperi significa per noi studiare alcune personalità che ci hanno lasciato un patrimonio di scritti, di idee e di prassi e di azioni che va recuperato.
Questo perché oggigiorno le ricette per recuperare la democrazia in tutta Europa non possono essere rappresentate dall’ingresso di un nuovo politico, diverso da un altro, o di personaggi visti un po’ come il Messia di turno, ma da qualcosa che deve partire dal basso, che è poi l’idea di Matteotti: partire dal basso per ricostruire la rete di solidarietà umana ed un nuovo modo di leggere aspetti importanti relativi alla società come l’economia, la politica internazionale, la corsa agli armamenti, tutti aspetti che ci turbano e ci appassionano attualmente.
Questa è la interessante riflessione, come da me trascritta non però parola per parola dalla registrazione, che il prof. Gianluca Volpi ha consegnato al pubblico presente, finendo il suo intervento e dando la parola alla prof. ssa Daniela Rossini.
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Aggiungo solo che, alla fine delle relazioni, ho ritenuto di precisare che un altro personaggio di spicco, cristiano a modo suo, dette origine al pensiero ‘liberalsocialista’ come egli stesso lo definì, e fu Aldo Capitini, uno dei pochi accademici che si rifiutò di prestare giuramento di fedeltà al fascismo nel 1931, e ne pagò le conseguenze. Inoltre egli fece parte del gruppo ristretto che poi, con Ugo La Malfa ed altri, dette origine al Partito d’ Azione, a cui però egli non aderì, non essendo favorevole a cristallizzare la ricchezza del pensiero sorto dal dibattito interno al gruppo stesso in un partito. E continuò, fino alla morte, a concretizzare i suoi principi, sostenendo Pietro Pinna, considerato il primo obiettore di coscienza dichiarato, lottando per la pace e per una pedagogia basata sul fare, introducendo in Italia il pensiero di John Dewey. E fu proprio Aldo Capitini che, assieme ad altri, organizzò la prima marcia Perugia – Assisi e che si prodigò in varie attività di sostegno alle persone in difficoltà, per esempio dopo l’alluvione di Firenze. Infine egli riteneva che gli operai dovessero partecipare alla progettualità della fabbrica, non essere meri esecutori e schiavi del padrone.
E per ora mi fermo qui.
Laura Matelda Puppini
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