Leggo con vero sconcerto delle ‘celebrazioni’ e mostre per il cinquantesimo del terremoto del 1976, che dimenticano, fra l’altro, che i terremoti furono due in quell’anno. E non capisco cosa ci sia da ricordare, da rammentare, da bearsi vedendo o rivedendo macerie su macerie in ogni dove.

Il terremoto del 1976, come ogni terremoto, fu rovina angoscia dolore, perdita: perdita individuale di persone o beni, perdita di riferimenti, perdita di affetti, perdita collettiva di un contesto comunitario ed economico. Perché molti dei paesi colpiti vivevano allora anche di piccola agricoltura ed allevamento a sostegno del reddito familiare. E dopo quella catastrofe i paesi non furono più quelli di prima e neppure i loro abitanti.

Solo il 6 maggio 1976 vi furono quasi 1000 morti, molti dei quali fra Gemona e Venzone, migliaia di feriti da soccorrere, di cui alcuni anche gravissimi e furono interessati dal sisma 100 paesi e circa 500.000 persone. (questi ultimi dati da https://www.vigilfuoco.it/chi-siamo/memoria-storica/notizie-storiche/il-terremoto-del-friuli-del-maggio-1976).  

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Il cielo era giallo di polvere, l’aria difficilmente respirabile, e gente attonita vagava anche a Tolmezzo, dove per grazia di Dio non vi erano stati morti. Si dormiva dove si poteva, il caldo era torrido anche nei giorni seguenti e come il giorno stesso quando, prima della scossa, il bestiame incominciò a dare segni di inquietudine e ricerca di fuga, nelle stalle e nelle case, chiari indicatori dell’avvicinarsi di un pericolo, segnali che l’uomo non riuscì a decifrare. Poi, dopo il sisma, mentre la terra continuava a tremare, l’antitifica per tutti e forse  10 giorni dopo, in sordina, la calce viva gettata a Gemona per evitare il diffondersi di epidemie.

Comunque quella sera del 6 maggio 1976, mentre molti erano a cena, a guardare la tv o a riposarsi un po’ dopo il duro lavoro, tutto tremò, molto crollò. Ma quello che non credo abbia avuto poi seguito, mentre una indagine l’avrebbe meritata, è come mai crollò l’ospedale nuovo di zecca e temo costosissimo di Gemona del Friuli già arredato e dotato di macchinari nuovi, alto 5 piani, una assurdità in zona sismica; e come mai rovinò un nuovissimo albergo sulla strada fra Venzone e Gemona, mentre, invece le villette di Clara Cacitti e di Teresa Cacitti e Dario Fadi, a Venzone, non ebbero neppure un graffio. In particolare di questi due edifici: l’ospedale e l’albergo, si parlava e sussurrava nel poi … ma se furono mal costruiti nessuno rispose come del resto spesso accade.

Era il 6 di maggio 1976, e i binari del treno mi pare vicino a stazione Carnia si alzarono, la caserma di Gemona si lesionò a tal punto da seppellire alcuni militari che si trovavano all’interno. Poi l’angoscia della perdita e delle perdite: di parenti, della casa avita, degli oggetti comperati nel tempo con i propri risparmi ed il tacito ringraziamento ad un qualche Dio per esser ancora vivi. Qualcuno però morì anche per caso: si narrava allora che, mi pare a Venzone, una giovane studentessa universitaria avesse trovato la morte perché, presa dal panico, si era precipitata fuori dalla porta di casa mentre stava cadendo una parte di una chiesetta che l’aveva sepolta o di una mamma che dopo la prima scossa meno forte, che aveva preceduto di minuti quella terrificante, era risalita in casa per prendere il biberon per la sua bimbetta, restando travolta dal crollo di una parete mi pare della casa per la scossa fortissima.
Caddero chiese, case, e le comunità locali persero il loro collante e la loro economia agricola e di allevamento, iniziando una lenta trasformazione.

E oltre 45.000 persone restarono senza un tetto. Si precipitarono ad aiutare alpini, forze armate, vigili del fuoco e non solo provenienti da più parti d’Italia, a cui si unirono, in un secondo tempo, sezioni dell’ Ana. E proprio a seguito di quell’ esperienza nacque la protezione civile, mentre pure le montagne mostravano le loro ferite. Poi il trasferimento, a ridosso dell’inverno, di popolazioni a Grado Lignano Agra o presso parenti. Solo poi si iniziò a pensare alla ricostruzione.

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Ma anche quando lo stato intervenne per una volta efficacemente, coordinandosi pure con la Regione, sentito ‘l’odore dei soldi’ alcun iniziarono a far lievitare il prezzo di materiali indispensabili per la ricostruzione producendo, come risultato, una omelia di fuoco del compianto Arcivescovo di Udine Monsignor Alfredo Battisti, che ricordò che speculare sulle disgrazie altrui è peccato mortale. Ma immediatamente il Corriere della Sera lo accusò di essere contro il libero mercato, prendendosela con il prelato.

Quindi i 2 terremoti, quello del 6 maggio e quello del 15 settembre 1976  furono, in sintesi, dolore, sangue e rovina che impregnarono la terra del Friuli, invasa pure dalle lacrime dei sopravvissuti, prima che ricostruzione. Pertanto per ricordare questo, a cinquant’anni dagli eventi, potrebbero bastare una Santa Messa, una preghiera in cimiteroo in privato, due foto su di un giornale se proprio si vuole.

E ricordo che quando un terremoto più circoscritto nel 1928 colpì la Carnia (1), nessuno si precipitò poi a rammentarlo ogni anno, volendolo solo dimenticare. Come  credo che, all’epoca, nessuno volesse ricordare il terremoto del 20 ottobre 1788, che distrusse Verzegnis e Tolmezzo e parte della ‘fabbrica’ Linussio, segnandone ulteriormente il ridimensionamento. E tutto accadde, secondo una descrizione dell’epoca, nel tempo di ‘un pater’. Infatti così riporta Luisa Mainardis nel suo: La fabbrica di tellarie della ditta Linussio , in: Almanacco C.U.C.C., Cucc ed., 1986, p.27: «Alle 4 e mezza della notte mentre era una festa di ballo in casa Linussi, il 20 ottobre 1788, Tolmezzo fu rovinata da un terribile terremoto “in un Pater”. Questo ha eguagliato al suolo 70 case e in quelle che son rimaste non havvi un palmo di muro che sia sano, principiando dalla fabbrica dei Linussi, colla Chiesa e le altre case. (…). Nel paese restarono morte nello stesso tempo 26 persone, senza computare i feriti ch’erano involti nelle rovine. Tutti i Signori hanno slogiato dal paese. La costernazione è universale e il danno considerabilissimo». 

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Ma per ritornare al 76, ho incontrato recentemente una persona che allora, lavorando in tribunale, era stato uno dei primi ad esser mandato a Gemona dopo il disastro, ma che non ama ricordare. Gli ho chiesto se mi diceva qualcosa di questa sua tragica esperienza e mi ha detto solo che andò a cercare di riconoscere, accompagnato dai carabinieri, salme spezzate dalle macerie, e che per fortuna riuscirono a dare un nome a tutte. Nulla da ricordare, quindi, per lui, tutto da dimenticare. E la zona che maggiormente aveva sofferto era ‘blindata’, e nessuno poteva entrare a piacimento mentre l’importante per i sopravvissuti e non feriti era trovare un riparo di fortuna.  E alcuni problemi vennero dati anche dal “fai da te” nel periodo fra un terremoto e l’altro, quando per esempio una persona forse di Cavazzo Carnico morì sotto un muro della sua casa che gli crollò addosso mentre cercava di riparare i danni in autonomia. Ma non fu l’unico caso di soggetto che si fece male in un frangente di questo tipo.

Poi dopo la scossa del 15 settembre 1976, l’esodo …. o i ripari di fortuna. Mio zio Umberto Plozzer si comprò una roulotte, dove dormiva con l’anziana ostetrica Martina Marcuzzi, che gli aveva chiesto opitalità,  nei paraggi del condominio Monte Amariana a Tolmezzo, dovendo restare ambedue nella cittadina carnica per lavoro. 

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Quindi ritengo che la posizione di Marco Pischiutti su “Sei di Gemona se …” postata il 31 marzo 2025 sulla serie di manifestazioni programmate per il ricordo del terremoto del 6 maggio 1976, dimenticandosi di quello del 15 settembre che dette la mazzata finale, sia interessante.

«I gemonesi che sono nati prima del 6 maggio 1976 – scrive – sanno benissimo che questa data è uno spartiacque della loro vita e nella storia della nostra città: ora gli anni trascorsi sono tanti, ma rimane nei ricordi quel distinguere tra il “prima” e il “dopo”. Perciò una ricorrenza come cinquant’ anni ha una grande importanza, perché oltre a segnare il trascorrere del tempo, porta con sé il valore della memoria, di ciò che siamo stati ed abbiamo fatto, esperienza di vita trascorsa che può a sua volta segnare il tempo futuro».

Ed a questo cambiamento della società, con la sparizione definitiva dell’economia agricola ed operaia e l’avvento dell’individualismo e il sopravvento del consumismo dopo il terremoto ho pure dedicato tempo fa un articolo. E mi tornano alla mente le parole di Romano Marchetti che, passeggiando, ormai anziano per Maiaso nel post -terremoto, ricordava «liti di bimbi, chiocciare di galline, versi di falchi, abbaiare di cani», ormai perduti. Il terremoto ha distrutto i cortili e gli spazi comuni, anche loro spezzettati, nella ricostruzione, in tanti francobolli di proprietà privata di cui poi, alla fin fine, ora nessuno sa che farsene, ha cancellato il senso della comunità ed anche l’aiuto reciproco.

Ma per ritornare a Pischiutti, egli sottolinea pure come, a fronte almeno di coinvolgere la popolazione in un programma per il cinquantenario, l’amministrazione comunale abbia invece deciso di fare da sola, promuovendo a ricordo «un miscuglio confuso e piuttosto estemporaneo di eventi, che nulla hanno in comune tra loro, molti (troppi) senza alcun legame che abbia senso con il ricordo di ciò che è stato per il Friuli e per Gemona il 6 maggio 1976 e con ciò che è avvenuto dopo. (…). La Regione finanzia? Allora si devono fare delle cose, qualsiasi esse siano.

Ad esempio – continua Pischiutti- a meno che Gemona non si candidi per i mondiali di ciclismo, non capisco il senso di 7 eventi dedicati sui 18 totali». E se a suo avviso lo spettacolo di Cristicchi intitolato ‘L’Orcolat’ almeno ha un senso, ma è stato programmato per il mese di ottobre, non lo ha lo spettacolo di Boccelli previsto il 7 maggio 2026. E se sono doverosi, a suo avviso, i raduni di Alpini, Vigili del Fuoco, ma a mio avviso se restano solo tali non so io che senso abbiano, Pischiutti sottolinea come neppure una parola sia stata spesa per ricordare la mobilitazione popolare anche dei gemonesi che avevano iniziato a vivere nelle tendopoli, le assemblee popolari, le modalità di gestione delle prime terribili settimane, discusse pure insieme.

«Così – termina Pischiutti – si celebra e basta in modo anonimo e freddo, senza un’anima, senza il cuore e senza l’intelligenza della memoria».

E per terminare, l’autore di queste righe ha allegato l’elenco delle manifestazioni ed attività sovvenzionate per il 50° del terremoto, che invero fa cadere le braccia perché privo di senso:

«27/3/2026: presentazione tappa Giro d’ Italia; 28/3/2026: San Giuseppe Artigiano; 29/3/2026: Tappa Coppi e Bartali; 10/4/2026 Festa della polizia; 3/5/2026: Santa Messa card. Zuppi; 6/5/2026: Santa Messa, Consiglio regionale straordinario e santa messa con processione in cimitero; 7/5/2026 Concerto di Boccelli; 16-17/5/ 2026 Corsa per Haiti; 29/5/2026 Notte rosa; 30/5/2026: Notte rosa e partenza tappa del giro d’ Italia; 1/6/2026: giro women (ove women vuol dire donne n.d.r.); 5, 6, 7/6/2026: raduno V.V.F. Udine – Gemona per sponsorizzare i valori dell’A.N.V.V.F.; 19, 20,21/6/2026 Raduno Triveneto Alpini; 15/9/2026 Orcolat di Cristicchi, 16,17,18/10/2026 Raduno Protezione Civile».

Francamente cosa ha a che fare, che attinenza ha questo programma con i terremoti del 1976 non si comprende e pare nulla, tranne appunto lo spettacolo di Cristicchi. 

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Molti ora parlano in senso celebrativo della ricostruzione, penso. Ma anche su questa si dovrebbe riflettere. Molti capitali privati di emigranti ed associazioni affluirono in Friuli, molti risparmi della gente colpita da quegli eventi terribili furono investiti, e quando ora il Presidente della Giunta regionale Massimiliano Fedriga dice che furono in particolare gli USA a aiutare nel terremoto e post, tanto da approfittare per farsi l’ennesimo viaggio a nostre spese negli States con Sergio Emidio Bini per ringraziare, io mi domando quale film abbia visto prima di partire. (2). Perchè io, che allora ero già spostata, dico che a me non consta affatto e proprio questa gestione Usa del post terremoto condita da ampi aiuti, e il dott. Fedriga dovrebbe dirci almeno la sua fonte di informazione in tal senso, come non ho mai sentito che vi fu un piano americano, come narrato dall’assessora Zilli sabato scorso a Gemona, per la ricostruzione, che voleva le case tutte addossate lungo la strada statale. 

All’epoca il Friuli, inserito nello Stato italiano e non solo in una regione autonoma francobollo per dimensioni,  si arrangiò da solo e con aiuti vari ma da singoli, da enti, dallo Stato stesso, e forse pure dalla Regione. Certamente giunse qui un fiume di denaro di cui alcuni pure approfittarono, come sempre, ed i prezzi lievitarono; certamente i lavori di ricostruzione vennero portati a termine ma con piani comunali. Certamente non tutti i lavori furono fatti a regola d’arte, ma la fretta era tanta, certamente non sempre i materiali furono dei migliori, ma bisogna vedere la positività del dare un tetto a tutti, del rendere le case antisismiche.

Ma almeno la lotta venzonese per ricostruire quello che ora è considerato un gioiello dovrebbe fare storia, ma una storia in cui gli americani non ebbero parte. Invece ne ebbe lo stato italiano, nazione allora a tutti gli effetti, stato sovrano e non colonia, la Regione, i sindaci di cui alcuni ancora viventi che si sarebbero potuti invitare a raccontare pure come fu gestita economicamente la ricostruzione. E ne cito solo tre che lottano ancora insieme per il  lago di Cavazzo definendosi  “I sindaci del terremoto” nella Val del lago: Franceschino Barazzutti, Ivo Del Negro,  e Enore Picco.

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PERÒ NEL 2026, BISOGNA PRENDERE ATTO CHE PREVENIRE È SEMPRE MEGLIO CHE RICOSTRUIRE.

Ora invece la storia di questa tragedia solo in parte annunciata (il Friuli è sempre stato conosciuto come zona sismica ma non si può vivere in un incubo permanente) ci dovrebbe insegnare che è MEGLIO PREVENIRE CHE RICOSTRUIRE. Questo concetto è stato riproposto anche dopo il sisma di Amatrice, Rieti e dintorni: se c’è una faglia che si muove con zona rossa: leghiamo le case prima che crollino, rendiamole subito antisismiche. E costerebbe anche, alla lunga, di meno. Ma figurarsi se questo governo, che pensa solo a far la guerra a possibili oppositori politici, a osannare l’R.S.I. come ha fatto la seconda carica dello Stato, a stringer la mano ad Israele ed a spendere in armi da mandare a Zelensky e denaro per i cessi d’oro, può pensare alla prevenzione dei crolli in zona rossa sismica. E più non mi dilungo, per carità di Dio.

INOLTRE PER IL 50° DEL TERREMTO SAREBBE STATO MAGARI IMPORTANTE PROMUOVERE UNA SERIE DI INCONTRI SUL CONTENIMENTO PREVENTIVO DEGLI EFFETTI NEFASTI DELLE FORTI SCOSSE TELLURICHE,  ANALIZZANDO TECNICHE E MATERIALI DI ALLORA, LORO TENUTA E RESA, POSSIBILI ERRORI DA NON RIPETERE, SUL COME MUOVERSI PER CORRISPONDERE PREZZI EQUI E NON DA RAPINA PER QUESTI LAVORI, ED ENUCLEANDO  ASPETTI DI CUI FAR TESORO COME LA GRANDE SOLIDARIETÀ UMANA CHE FU PRESENTE ALLORA. MA É IMPORTANTE PURE, IN PARTICOLARE PER QUESTO TRISTE 50°, RAMMENTARE LE LINEE GUIDA DI COMPORTAMENTO NEL CORSO DEI TERREMOTI AI GIOVANI CHE SPESSO CAMMINANO PER LA STRADA CON GLI AURICOLARI ED IL CELLULARE IN MANO.

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E quando eravamo piccoli mio nonno Emidio in particolare ma pure mia nonna Anna ci insegnarono subito che, quando la terra si muoveva, dovevamo metterci, se eravamo vicino ad un tavolo, sotto lo stesso, se vicino ad una porta nella cornice della stessa, se non distanti da un muro portante appoggiati allo stesso, non sotto i divisori che allora potevano essere anche fatti però di “grisiola”.  Non dovevamo uscire, non dovevamo stare dove qualcosa poteva caderci in testa. E così mio zio Umberto Plozzer, che ricordo sempre con immutato affetto per quanto mi ha insegnato e voluto bene, quando venne una forte scossa ed io ed il mio gemello stavamo giocando sotto la catasta della legna in cortile, corse a prenderci tirandoci via da quella posizione pericolosa. Ma sapete, una volta non c’erano tanti cellulari e si imparava a vivere la realtà e la vita quotidiana con le sue avversità e guai ed un po’ ad arrangiarsi e a non mettersi nei pericoli.

Ora nel mondo attuale ove persone vanno alla caccia di adrenalina, mettendosi nei guai,  e magari di fake news da spacciare come verità, il buon senso pare cancellato, mentre invece dovrebbe venir rigenerato. Inoltre tutto funziona a protocolli burocratichesi. E mi ricordo di un giorno lontano che, mentre lavoravo come psicopedagogista a Paularo, venne una scossa più che percepibile, ed al termine della stessa nessun insegnante sapeva se portare i bambini e ragazzini (era ed è un istituto comprensivo) in cortile ai punti di raccolta o no, perché la terra aveva smesso, nel frattempo, di tremare. Qualche docente uscì altri restarono in classe temendo di interrompere per nulla le lezioni, finché Di Grazia, il dirigente, non dette un ordine preciso. Ma se in quel momento si fosse trovato altrove? E con questo non voglio criticare nessuno ma dire come spesso i protocolli non implichino scelte chiare. Inoltre per uscire dagli edifici scolastici e non, in certi casi, si deve passare sotto il tetto … scendere scale … 

ARTICOLI DEDICATI A TERREMTO E RICOSTRUZIONE.

Pongo infine qui gli articoli che ho dedicato ai terremoti del 6 maggio e 15 settembre 1976 ed alla ricostruzione, scritti sulla base anche di volumi che mi ha regalato mio fratello Marco che li aveva acquistati ed anche letti ma di cui, poi, non sapeva che farsene. La lista inizia con il primo, scritto nel 2015, e continua sino all’ultimo.

(1)   Quei terremoti del 1976, che cambiarono il Friuli   2 maggio 2015.

(2)   Il mio ricordo dei terremoti del 1976.

(3) Terremoti del 1976, ricostruzione museo Gortani e campi di prigionieri militari alleati a Sauris ed Ampezzo, uniti in un’unica storia. 20 maggio 2016.

(4)   Il terremoto in Lazio Marche ed Umbria. Il prevedibile e la messa in sicurezza degli abitati. Ma … Per quei morti nel 2016. Aggiornamento il 26/8/ c.a. 25 agosto 2016.

(5) Dopo i terremoti del 6 maggio e del 15 settembre, la gente abbandona i paesi. L’esperienza del Centro Operativo Scolastico Scuola Elementare per sfollati di Grado. 6 settembre 2016.

(6)   Bruno Mongiat, “1976. Terremotati sfollati a Grado. Un’esperienza dall’alto valore umano”. Intervista di Laura Matelda Puppini, 19 settembre 2016. 12 novembre 2016.

(7)   Giuseppe Craighero (Sef Craigher). 1976 sfollati a Grado. Primo racconto. Il pranzo dell’Ispettore in missione. 30 novembre 2016.

(8)   Serena Pellegrino. Esame del D.L. relativo a nuovi interventi per le popolazioni terremotate. Problemi sul tappeto… 26 marzo 2017.

(9)   Agra (Varese), Natale 1976, immagini post- terremoto del Friuli: ultimi aneliti di grande solidarietà collettiva. Poi l’individualismo.  6 maggio 2017.

(10)  Terremoto del Friuli e ricostruzione. Esiste un “modello Friuli” e cosa si dovrebbe imparare da questa esperienza?

(11)  Lettera di Remo Cacitti sul convegno ” Un volto ricomposto. Il Duomo di Venzone”. 7 ottobre 2018.

(12)   6 maggio 1976. Era una meravigliosa sera di maggio, piuttosto calda ed afosa … Ma ad un tratto si scatenò l’inferno. 8 maggio 2019

(13)  Marco Lepre. Remo Cacitti protagonista di una Ricostruzione esemplare. 9 marzo 2023

(14) Considerazioni personali in ricordo del terremoto del 6 maggio 1976 e relativamente alla oceanica adunata Ana/alpina di Udine.  7 maggio 2023.

(15)  Maria Adriana Plozzer. Cavazzo Carnico: foto del disastro dei terremoti del 1976.

Laura Matelda Puppini.

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(1) Le immagini del terremoto del 1928 di Vittorio Molinari sono state da me pubblicate, corredate da testi, nel mio: Laura Matelda Puppini, Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino , fotografo, Gli Ultimi, Cjargne Culture, 2007.  

(2) https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/04/22/fedriga-porta-a-washington-memoria-del-terremoto-in-friuli-del-76_9b06bf48-6eef-41a5-a5f2-4e769bd1ba3e.html.

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L’immagine che accompagna l’articolo è stata scattata da mia madre la dott. ssa Maria Adriana Plozzer dopo i terremoti del 1976.  L.M.P. 

 

 

 

https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/04/4-cavazzo-terremoto-.jpg?fit=1024%2C700&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/04/4-cavazzo-terremoto-.jpg?resize=150%2C150&ssl=1Laura Matelda PuppiniETICA, RELIGIONI, SOCIETÀLeggo con vero sconcerto delle ‘celebrazioni’ e mostre per il cinquantesimo del terremoto del 1976, che dimenticano, fra l’altro, che i terremoti furono due in quell’anno. E non capisco cosa ci sia da ricordare, da rammentare, da bearsi vedendo o rivedendo macerie su macerie in ogni dove. Il terremoto del...INFO DALLA CARNIA E DINTORNI