Eravamo rimasti, con un articolo precedente, alla accusa immediata e senza fondamento del comando Osoppo che la causa di quanto accaduto alla malga sul Topli Uork fosse stata slovena, del IX° Corpo dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, e che così avesse avuto inizio l’invasione del Friuli da parte di coloro che il settore più conservatore della formazione non garibaldina riteneva il nemico occulto.

Ma chi aveva diffuso questa versione emotiva, ideologicamente connotata e frutto di pregiudizio? Leggendo Marco Cesselli era stato Verdi, Candido Grassi, (1) che si era recato, dopo l’eccidio, subito sul posto, già l’8 febbraio 1945, ritenendo, pregiudizialmente, che quanto accaduto alla malga del Topli Uork fosse responsabilità degli sloveni ma anche Mario Manlio Cencig, in un primo momento, credette a questa versione. (2).

Però è difficile che Candido Grassi sia giunto a Porzûs l’8 febbraio ’45 o vi giunse sul tardi la sera, ma forse giunse il 9, tanto che, arrivato in quel paese, venne subito a sapere che «il superstite Aldo Bricco era curato proprio presso il reparto sloveno, il 1° Battaglione operativo del Litorale». (3). Ma allora non si capisce perché Cencig avesse deciso di attaccarlo a Robedischis il 9 febbraio e neppure la comunicazione di Nicholson il 10 dello stesso mese. 

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Marco Cesselli, per la verità, che riporta quanto si sapeva nel 1970,  cita pure una «lettera in “fortissimi termini” diretta al Comando sloveno, inviata pure in copia e p.c. dall’inglese McPherson al Comandante Bricco (Centina) della 6aBrigata, non sapendo che dal 6 febbraio sera costui si trovava alla sede del Comando della prima per ricevere le consegne del comando della stessa da De Gregori. L’ accompagnatoria alla copia inviata al comandante osovano parla di un biglietto ricevuto da Bricco stesso in precedenza, da cui pare che Bolla avesse prospettato un attacco in forze agli sloveni. McPherson aveva parlato ai suoi superiori di questa ipotesi, ma aveva ricevuto come risposta di non prendere iniziative di quel tipo e di non aderirvi. Invece suggeriva di chiedere agli sloveni se avessero catturato loro tutto il Comando e di fornire informazioni precise sull’accaduto alla malga di Porzûs ritenendo però inopportuna una offensiva violenta anti-slovena (4). Ma se già l’8 febbraio si sapeva della morte dei tre, questa comunicazione pare discutibile come minimo.

Inoltre questo documento, che Cesselli non ci dice da dove salti fuori, sembra, dal modo in cui è steso, essere un pasticcio atto a giustificare un possibile attacco osovano al IX° Corpo come una idea pregressa di Bolla. Ma perché mai, essendo già scesi in pianura Paolo Alfredo Berzanti e don Candido, Redento Bello, ed accingendosi il De Gregori a passare le consegne ad Aldo Bricco, Centina, per scendere poi a valle pure lui per assumere il compito di Capo di Stato Maggiore dell’intera formazione osoppina, avrebbe dovuto organizzare un attacco agli sloveni, avendo solo, alla malga, 25 uomini forse poco armati?

Ma, come già detto, “morto non parla”. E in certi punti, a me questa “storia sbagliata”, a forza di arricchirsi di particolari da parte di testimoni oculari talvolta dalle molteplici e diverse versioni e di documenti che paiono venir fuori dal cappello di un prestigiatore, è parsa più una specie di ‘processo a Bolla”, cioè all’ unico ufficiale e militare competente della 1a Brigata, formata, sembra, principalmente da giovani principianti, da poco arruolatisi nelle file partigiane, politicamente connotati e desiderosi del fai da te e del mettersi in mostra. Questo però non deve limitare il rispetto ed il doveroso ricordo di chi, alla malga ed a Bosco Romagno, perse la vita senza motivo logico, dopo circa 5 anni di guerra ed avvicinandosi la fine della stessa.  

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Ed invero per questo eccidio ci sono troppi da un lato e troppo pochi dall’altro testimoni che riferiscono ricostruzioni dei fatti, nel tempo,  anche in conflitto tra di loro, troppi documenti dichiarati originali, troppe descrizioni particolareggiate, utilizzati, in un modo o nell’altro, per sostenere una sola versione, quella del comando osovano reazionario, che implicava la responsabilità per l’eccidio del P.c.i. e di sloveni in combutta con garibaldini della Natisone anche per motivi di confini, suggellata dalla politica chiudendo la bocca a qualsiasi altra ricostruzione all’epoca. Per fortuna i giudici di Lucca cercarono di fare il loro lavoro al meglio e come potevano, in questo guazzabuglio.

Scrive infatti Cesselli, che era stato un comandante osovano del P. d’A, relativamente alla sentenza di Lucca (36 condanne pesanti e 11 assoluzioni fra cui quelle di Lino Zocchi, Mario Fantini e Giovanni Padoan) che: «Nonostante la pesantezza della sentenza, va osservato che i Giudici di Lucca resisterono alla tentazione, già presente nel clima di caccia alle streghe di quegli anni, di far propria la tesi del tradimento. Sicché pur attribuendo alla Federazione Comunista udinese quel ruolo trainante che in realtà fu più dei GAP, in particolare del Toffanin, il Giudice di Lucca finì per confermare la causale di classe, anche se dipinse la lotta di classe come una manifestazione di “violenza animalesca”. (5).

Ma mi è parso interessante pure come reagì, sempre secondo Cesselli, Ostelio Modesti, un mite anche secondo lui che lo aveva conosciuto, che urlò rivolto alla corte: “Viva la Resistenza italiana!” a che gli altri imputati presenti risposero battendo le mani (6). E questo potrebbe pure significare che detto processo fu vissuto come un processo alla resistenza ed un ritorno a tempi bui.

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E mi vien da dire che fu l’area reazionaria della Osoppo, o meglio pochi uomini della stessa, che tenne i fili della ricostruzione degli avvenimenti, quando nessuno sapeva bene cosa fosse accaduto tranne i morti, i gappisti, già considerati non credibili fin dall’inizio, e i tre sopravvissuti: Centina, Tin e Cassino. Però quest’ ultimo fece perdere le sue tracce e secondo Cesselli andò al Sud, secondo Piffer in Toscana dopo esser passato a far parte dell’arma dei Carabinieri. (7). Invece gli altri due, all’epoca sicuramente del processo di Firenze, in pieno revisionismo post – liberazione, avevano già raggiunto alti gradi nell’ Esercito Italiano. Infatti Centina, Aldo Bricco, piemontese di Pinerolo, nel 1956 era già tenente colonnello comandante del Battaglione alpino Susa (8), Tin, Leo Patussi, originario di Tarvisio, nonostante fosse passato ai gap ed a fine guerra fosse fuggito dal gruppo, successivamente iniziò una fulgida carriera militare, che terminò con il grado di generale di Divisione (9). E secondo Tommaso Piffer proprio loro furono i principali accusatori nei processi. (10). 

Ai fatti allora venne data una chiave di lettura preconcetta, a cui entro certi limiti i giudici di Lucca resistettero cercando, fra un guazzabuglio di testimonianze ed una linea interpretativa dei fatti già costruita ad arte e sorretta dalla politica, di chiarire quanto avvenuto. Ma le chiavi di lettura contano, basta fare in modo che siano credibili anche se non vere, limando qui, aggiustando là …. riempiendo buchi logici con pensieri personali…  Un ‘ fulgido’ esempio di come possa venir spezzettata un’intervista e parti della stessa inserite in un contesto/canovaccio preconfezionato, che poco ha a che fare con la realtà dei luoghi e dei momenti, secondo me è rappresentato dal volume del giornalista Roberto Covaz, “Gorizia al tempo della guerra”, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2010, dove l’autore riporta, frazionandola ed utilizzandola a sostegno di sue teorie personali, una intervista a Silvino Poletto, il partigiano Benvenuto.

Ma gli storici devono cercare di avvicinarsi alla verità nel modo più freddo possibile, analizzando fonti, incrociandole e confrontandole, cercando almeno di cogliere contraddizioni in ricostruzioni non chiare e di contestualizzare i fatti. E non devono lasciarsi affascinare dalla ricostruzione storica al servizio della politica.

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Io mi sono convinta, dopo aver letto la documentazione reperita, che da subito i vertici osovani iniziarono a diffondere la loro versione dell’accaduto, magari convinti fosse realistica, fin dalla prima ricostruzione datata 15 febbraio 1945 (11). E se documenti sulla strage si trovano anche negli archivi del Partito Comunista Italiano, essi sono però sempre stesi dalla Osoppo, perché la Garibaldi non sapeva nulla dell’accaduto e neppure la Natisone che dovette difendersi dall’accusa di alto tradimento.

Ma sulle testimonianze di quel momento e successive su quanto accaduto alle malghe di Porzûs ed a Bosco Romagno potrebbe aver pesato, nell’immediato ma più che mai dopo la fine della guerra ed il 1948, quella paura che avrebbero potuto avere possibili testimoni di alcuni preti e di certi osovani poi magari passati a militare nell’ “Organizzazione O” e similari (12).
Basta notare come, dopo la fine della guerra, il 2 e 3 giugno 1945, chi raccolse testimonianze su quanto accaduto alla malga del Topli Uork fu il Comandante (si firmava ancora così a guerra finita) Aldo Specogna, Repe (13), a cui Giacomo Pacini dedica alcune pagine (14), fortemente antisloveno ed anticomunista e che, con il colonnello Olivieri, diede origine ad una struttura paramilitare repressiva formata per lo più da ex- osovani, armata sino ai denti, che riusciva a raccogliere informazioni su chi voleva  e pronta a tutto pur di battere il nemico slavo. (15). Quindi, essendo stato creato proprio ad Udine il primo centro periferico di Gladio, nel 1955 o 1956, (nome in codice Orione e poi, dal 1964, Ariete), Specogna ne assunse il comando. (16).   

E come non ricordare che proprio quella paura aveva caratterizzato anche la vita di Bruno Cacitti, persona che era stata sempre descritta come una roccia, comandante partigiano dell’intendenza osovana carnica che, come mi raccontava suo figlio Remo, avendo incontrato in territorio di Caneva di Tolmezzo un paio di nazisti che lo cercavano non sapendo che aspetto avesse,  avevano chiesto proprio a lui se lo conoscesse e dove si poteva trovare,  aveva loro risposto di non sapere nulla e che cercassero in altra zona? Eppure fu turbato dal fatto che don Aldo Moretti volesse venirlo ad interrogare e dette una ricostruzione dei fatti caratterizzata prevalentemente da un essere lui anti – sloveno (17), avendo subìto anche lui una sorta di processo da parte di don De Luca e suoi sostenitori dopo la crisi di Pielungo; avendo visto cosa era accaduto allora a Livio, suo comandante; avendo dovuto mettersi contro suo fratello Prospero, troppo intransigente, a suo avviso, a fine guerra, essendo un uomo tutt’ altro che stupido ed avendo visto cosa stava accadendo nel dopoguerra.

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Ma lasciamo perdere le divagazioni e passiamo ad un altro problema:

Da quanti uomini era formato il gruppo gappista?

Nella prima relazione datata Z.O. lì 15 febbraio 1945, firmata da Olmo (Eusebio Palumbo) e Paolo (Alfredo Berzanti) e p.c.c. Manlio Cencig, si parlava in un primo tempo, a p. 1, di un “forte pattuglione,” che era stato visto salire alla malga, poi di “pattuglione”, sempre alla stessa pagina, formato da “settantina di partigiani sbandati (per la gran parte garibaldini)» ma a p. 2 si precisava che a questa settantina di individui, si doveva aggiungere «un’altra quarantina che, evidentemente, in posizione di sicurezza, eransi fermati durante la brillante azione, nella zona di Canebola» (18).

Nel merito, però, Cesselli registra un’altra versione sostenendo che Enea si era recato incontro al gruppo che era stato fermato dalle sentinelle osovane, (non è chiaro se di sua spontanea volontà o su ordine di De Gregori) dopo che uno dei suoi componenti, Dinamite Fortunato Pagnutti, che conosceva pure gli osovani in quanto corriere comune, aveva affermato al posto di guardia che trattavasi di «sbandati, parte sfuggiti da un rastrellamento e parte evasi da un treno che li stava portando in Germania. Aggiunse che era incaricato di guidare quegli uomini presso i Comandi partigiani di montagna, dove avrebbero potuto trovare ricovero e protezione. Si trattava di elementi appartenenti sia alle “Osoppo” che alle “Garibaldi” e desideravano parlare con De Gregori» (19). E questo starebbe a significare come in un primo tempo i gappisti volessero solo interrogare in particolare De Gregori, non uccidere lui e gli altri.

A questo punto, secondo il comandante del gruppo gappista “La Tremenda” Giorgio Julita Jolly, Enea disse a coloro che volevano andare con la Garibaldi di mettersi da una parte per poi avviarsi verso il paese dove vi era un gruppo garibaldino ed agli altri, che volevano passare con la Osoppo, di seguirlo alla malga. Però, secondo Leo Patussi, solo una quindicina di persone si mosse lungo la via per Canebola per unirsi ai garibaldini, mentre gli altri proseguirono verso la sede del Comando della Ia Brigata. Ma poco dopo, il gruppo che aveva finto di avviarsi verso Canebola fu chiamato dai compagni alla malga con un fischio e, invertito il senso di marcia, raggiunse gli altri. (20).

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Ma ritorniamo a quanti erano i gappisti. Tale Ettore Romanut, partigiano osovano da quanto disse Giulio Emerati a Enrico Mengotti (21), dichiarava, con matematica certezza, che le persone salite alle malghe erano 108 (22), mentre tale Gigio metteva in dubbio il conteggio di Romanut, affermando che per lui i partigiani che avevano partecipato all’azione erano stati 110, che è la somma dei 70 + 40 del primo documento datato 15 febbraio 1945. (23). Poi si ritorna a 108, nella dichiarazione firmata da Manlio Cencig e da “Cap.(pellano) C. Lap” anche questa senza data e firma autografa. (24). Però, allora, un altro testimone affermò che, secondo lui, coloro che salirono verso le malghe erano circa 80 (25).

Con dichiarazione scritta del 6 aprile 1945 il Capo Ufficio Informazioni Tullio, dopo aver interrogato gli abitanti di Poiana sul “fatto Bolla” sosteneva che tutti questi dicevano che la spedizione alle malghe era composta da circa 100 uomini (26), ma si sa che 100 è un numero che potrebbe indicare, nell’ immaginario, anche tante persone e che ha un significato magico (27) e per questo motivo detto numero potrebbe venire in mente prima di altri. Ma coloro che si stavano muovendo verso le malghe erano un centinaio anche per Alice Poiana di Attimis (28).  Quindi uno potrebbe dire che, avendo i cosiddetti testimoni oculari paesani convenuto che il gruppo che salì alle malghe era composto da circa 100 persone, una più una meno, questo fosse il numero corretto. Però Leo Patussi, in una dichiarazione lunghissima e discutibile per alcune parti, dichiarò che gli uomini di Giacca saliti alle malghe erano ottanta (29) e così testimoniò anche Cassino Gaetano Valente (30).

Tutte queste però sono ricostruzioni osovane basate su racconti di civili o di Tin e Cassino che dovevano farsi perdonare di esser passati al nemico, e che raccontarono anche cose discutibili. Inoltre la capacità militare osovana anche di difendersi poteva venir messa in dubbio se i gappisti non fossero stati tantissimi, perché uno si sarebbe potuto domandare come mai gli stessi, almeno dopo l’uccisione di Bolla, Enea e della Turchetti e la fuga di Centina, non avessero sparato e cercato di resistere all’imboscata tesa loro dai gappisti. Quindi, per salvare l’onore della Osoppo, questi ultimi  dovevano essere un numero soverchiante rispetto ai partigiani alle malghe, circa 3 o 4 volte gli stessi. Inoltre ipotizzando che molti gappisti avessero partecipato all’azione, si poteva penalmente chiedere di procedere contro la gran parte di loro. 

PERÒ …. Ed anche qui c’è un però ……

Però Giacca ed un altro testimone, Massimo, anni dopo i fatti e chiusi i processi, abbassarono, in dichiarazioni diverse e rese a soggetti totalmente diversi che non si conoscevano, il numero dei partecipanti all’eccidio: «il 7 febbraio del 1945, mentre il grosso di noi andava a compiere l’azione al carcere di Udine, decisi di andare con trenta uomini su in montagna a chiedere a Bolla come mai aveva mandato qualcuno a uccidere i due gappisti». (31). – disse Toffanin nell’ intervista al gruppo padovano.

Ma anche un testimone di nome Massimo e cognome non specificato, video- ripreso da Enrico Mengotti, che per primo aveva raggiunto la malga dopo l’eccidio, raccontò al regista nipote di Livio di aver visto il gruppo salire verso la malga il giorno della strage e che era formato da una trentina di persone. Egli però non sapeva allora chi fossero e precauzionalmente decise di non muoversi dal paese. E li aveva visti bene perché erano passati da una vallata all’altra, in zona priva di bosco, in fila indiana, precisando così a Mengotti, un po’strabiliato, di non essersi sbagliato. (32).  E vi è anche una fotografia di partigiani carnici o almeno così classificata, in Archivio Anpi Udine, che li mostra procedere, in zona scoperta, in salita, uno dietro l’altro e lievemente piegati in avanti, non appaiati. Ma anche Annibale Tosolini mi ha raccontato che quando era partigiano della Natisone procedevano così. (33). Inoltre un gruppo di armati composto da 110 persone avrebbe attratto più facilmente l’attenzione del nemico. 

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I testimoni del primo documento datato 15 febbraio 1945.

Per quanto riguarda i possibili testimoni ‘oculari’ e ‘uditivi’, che avrebbero permesso di compilare la prima relazione datata 15 febbraio 1945, il principale è Aldo Bricco, Centina, che non si sa come, qualche giorno dopo i fatti, potesse trovarsi già a narrare in modo preciso l’accaduto al Comando Brigate dell’ Est, che egli avrebbe dovuto comandare, morto Bolla, ma pare guidato, momentaneamente, da Eusebio Palumbo Olmo, essendo stato raggiunto da più colpi, avendo riportato numerose ferite, ed essendo  stato poi «raccolto e curato dagli sloveni» (34), da appartenenti  al IX° Corpo, a meno che le sue ferite non fossero state leggerissime.

Inoltre io credo che fu visto, raccolto e soccorso da partigiani sloveni perché: o fu colpito da più pallottole ma risultò quasi incolume o venne ferito seriamente, ma non ucciso, ed allora nessuno sa come sia riuscito a giungere a piedi dal Topli Uorch a Robedischis. con le sue sole forze. Infatti dall’ abitato di Porzûs a Robedischis bisogna percorrere, con l’attuale viabilità, 10, 4 chilometri. Figurarsi allora, e senza che nessuno lo vedesse.
E quanti proiettili gli furono sparati contro, e quanti lo raggiunsero? Perché anche Bricco non è sempre credibile, per esempio quando racconta che Gaetano Valente se ne andò per paura dei gappisti dopo finita la guerra, come riportato da Tommaso Piffer. (35).

Relativamente al racconto che Leo Patussi gli fece sulla fuga di Centina, Cesselli, fra il serio ed il faceto, così scrive: «Ora Patussi ci racconta dell’osovano Aldo Bricco (Centina). Qualcosa di veramente bello, molto sportivo, da campione di salto in lungo e dei quattrocento metri in discesa. Gli spararono contro, non si sa quanti, ma Bricco riuscì a farcela (ora è Generale di Brigata in pensione» (36). Eppure Centina si trovava tanto vicino ai gappisti da esser stato fatto segno di un pugno in faccia. Ma nonostante questo, egli riuscì a fare un salto laterale ed a buttarsi rotolando lungo il pendio nevoso, riuscendo a mettere alcuni metri di distanza fra sé stesso e gli assalitori. «Subito si scatenò un rabbioso tiro di fucileria e di armi automatiche individuali; tuttavia inseguito a lungo dal fischiare delle pallottole di cui fu fatto bersaglio, riuscì a raggiungere il fondovalle. Miracolosamente solo sei pallottole lo raggiunsero e nessuna di esse lo colpì in parti vitali, sicché egli dopo alcune ora di cammino, poté sia pure stremato di forze per il sangue perduto, trovare chi gli prestasse le prime cure del caso» (37).

Ma se Verdi già sapeva l’8 febbraio 1945 che Centina veniva curato all’ospedale sloveno, come mai il 15 febbraio si riportava solo la sua fuga e si ometteva chi gli stava dando le prime cure del caso? La risposta potrebbe essere che, riconoscendo che gli sloveni del IX° Corpo avevano soccorso Centina, si sarebbe potuto far pensare che essi non fossero poi così cattivi, e questo non era accettabile per i sostenitori della tesi del ‘nemico occulto’.

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Secondo lo stesso documento, altri testimoni furono tre Patrioti che, non si sa come, invece di essere a combattere erano tranquillamente «a raccogliere fieno non lontano dalle baite e che pertanto poterono assistere alla scena, come pure un altro Patriota che stava recandosi a prendere il fratello per portarlo altrove e che, camminando inosservato solo a pochi metri dietro quegli energumeni, poté seguire le loro mosse ed infine alcuni portatori civili che, essendosi imbattuti in essi, furono spogliati del loro carico e rimandati a casa». (37).

Ora a me alcune cose appaiono strane. Se c’erano infatti tre Patrioti con la “P” maiuscola nei pressi della malga tanto da cogliere e capire lo svolgersi degli accadimenti, perché non intervennero ma stettero pacificamente a guardare ed ascoltare a distanza, comunque, di sicurezza? E che fieno stavano raccogliendo due di loro se era il mese di febbraio ed il terreno era coperto dalla neve? Inoltre anche se si trovavano non lontano dalle baite, come avrebbero potuto udire quello che dicevano Bolla, altri della Osoppo o gli assalitori, che certamente non usavano il megafono, tanto da capirne le dinamiche interattive? E questa a me pare più una storia alla Aldo Fabrizi che, in un famoso film compariva alla fine, davanti al ‘palazzaccio’ romano, se non erro, seduto su di una sedia e urlando “Testimone oculare” (offresi sottinteso). Ma se erro correggetemi.

Inoltre i gappisti, come i partigiani, si muovevano nelle trasferte, diciamo così, in fila indiana, anche per controllare meglio la zona che stavano attraversando, e non si capisce come un Patriota avrebbe potuto stare dietro di loro senza essere visto, se non lontanissimo.

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In un primo tempo, nell’ immediatezza dell’ evento, era pure ‘uscita la voce’ che gli assalitori fossero stati uomini del nemico, ma, secondo il documento che sto analizzando, detta ipotesi fu cancellata dai firmatari dello stesso e cioè da Olmo Eusebio Palumbo, (forse vice- comandante della 1a Brigata, anche se più leggo più ho la netta impressione che chi influenzava Bolla, quasi fosse il suo vice e consigliere fosse Alfredo Berzanti) e Paolo Berzanti, perché: « Se si fosse trattato realmente di tedeschi o repubblichini (in realtà collaborazionisti n.d.r.) travestiti: 1 – non avrebbero diffuso la voce di essere tali; 2 – non si sarebbero assolutamente azzardati ad inoltrarsi in numero così esiguo in zona di dominio partigiano; 3 – oltre che elementi del nostro gruppo comando avrebbero pure catturato quei reparti di partigiani sloveni residenti a Canebola, ove pure si fermarono; 4 – Non avrebbero massacrato sul posto il Comandante BOLLA e il Delegato Politico ENEA, bensì li avrebbero trasportati in carcere per farli parlare con appositi strumenti di tortura, prima di disfarsi di loro; 5 – Non avrebbero, per ovvie ragioni, ucciso TURCHETTI Elda, 6 – Non avrebbero rilasciato quei giovani portatori dei paesi vicini, che avevano incontrato carichi di armi destinate al Comando del Gruppo; 7- Non avrebbero, probabilmente, spogliato i cadaveri degli indumenti militari inglesi che ad essi non potevano servire; 8 – Non avrebbero potuto nascondere a lungo dove avevano condotto, quali prigionieri, i nostri Patrioti; 9- Non avrebbero avuto bisogno al ritorno di seguire un itinerario nascosto, ma sarebbero passati per le vie ordinarie, servendosi degli usuali loro mezzi di trasporto; 10- Si sarebbero gloriati dell’azione, come sempre hanno fatto in casi consimili, mediante propaganda strombazzata (vedi per es. il fatto avvenuto recentemente nella zona dei Colli) dall’ uccisione  da parte di un reparto repubblicano di due capi garibaldini fra cui “Monti” e pare una donna; fatto che fu persino annunciato dalla Radio del Litorale Adriatico e che per la somiglianza e quasi contemporaneità fu da alcuni confuso ed in buona e mala fede scambiato con il nostro». (38).

Tutte queste precisazioni tendono a essere le prime, e starebbero ad indicare che il 15 febbraio si procedeva non a cercare l’accaduto reale ma a costruire una ipotesi che potesse reggere ai fatti, sapendo già però che non erano stati i nemici a fare la strage, e ipotizzando una chiave di lettura degli accadimenti che potesse avere una sua logica. Ma i comandi osovani dovevano anche salvare l’onore della formazione, a loro detta e presumo, e questo forse fu all’origine di alcuni racconti da prendersi con le pinze, come quello sulla fuga di Centina, che neppure fosse stato l’allora ignoto Superman …. E poi ci fu tutto il resto.

Il primo documento cita pure “un gruppo doi portatori civili” che stavano salendo verso la malga sul Topli Uorch, ma sarebbe troppo lungo riprendere in questo articolo le informazioni che dette in particolare Giulio Emerati, fino a quella registrata da Enrico Mengotti, che saranno oggetto del prossimo articolo, come la storia del povero studente in medicina Franco Celledoni. Esiste una seconda ricostruzione dei fatti, sempre redatta dal comando Brigate dell’Est, datata 25/2/1945, riportata da Alberto Buvoli nel suo: “Le formazioni Osoppo Friuli. Documenti 1943-1945, IFSML ed., 2003, pp. 196, di cui scriverò pure in seguito. 

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E termino ancora una volta precisando che questa è una traccia di discussione ma aggiungo, come chiusa, che pure Cesselli disse a Mengotti che a suo avviso Giacca, pur avendo avuto un mandato per salire alla malga del tipo “Va, fa e fai bene”, andò ben oltre quello che gli era stato richiesto di fare. Ed a suo avviso quell’ uccisione venne fuori da un impeto, da una esasperazione del momento dati forse dall’aver visto la Turchetti o non si sa che cosa. (39). Per lui come per me, nessuno aveva ordinato a Toffanin di raggiungere la sede del Comando della prima Brigata ed ammazzare. Presumibilmente gli avevano dato l’incarico di andar su, vedere, fare eventualmente prigionieri … e aggiungo io, di sapere se rispondeva a verità quello che si diceva in giro …  ammesso non lo abbia fatto di sua iniziativa. Ma per ora mi fermo qui. 

Laura Matelda Puppini 

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NOTE. 

1) Marco Cesselli, Porzûs due volti della resistenza, Aviani & Aviani ed., ristampa integrale, 2012, p. 129.

2) Cfr. il mio su www.nonsolocarnia.info intitolato: “Pôrzus. Prime reazioni immediate. All’armi all’armi, sono stati gli sloveni! Ma poi il comando Osovano si accorse che non era vero. Ma intanto ….

3) Marco Cesselli, op. cit., p. 129.

4) Ivi, pp. 129- 130.

5) Marco Cesselli, op. cit., pp. 147-148.

6) Ivi, p. 148.

7) Ivi, p. 158 e Tommaso Piffer, Sangue sulla resistenza, Mondadori ed., 2025, p. 186.

8) Cristiano Poli, Aldo Bricco, in: ‘Alpini nel cuore’ in: https://www.facebook.com/groups/387211412910200/posts/1448404746790856/

9) messaggeroveneto.it/necrologi/2014/184078-patussi-leo/.

10) Tommaso Piffer, op. cit., p. 185.

11) Il riferimento è al documento siglato A. N. 179, intestato “C.V.L. Comando gruppo Brigate d’assalto “Osoppo” dell’est – indirizzato al “Comando I^ Divisione d’assalto “Osoppo – Friuli” datato15 febbraio 1945 ed intitolato: “Relazione sull’eccidio avvenuto nel pomeriggio del 7 febbraio 1945 alle malghe sita (sic!) sul Topli Uorch”, firmato da Paolo (Alfredo Berzanti) ed Olmo (Eusebio Palumbo) e p.c.c. da Manlio Cencig, in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.

12) Cfr. nel merito: Giacomo Pacini, Le altre Gladio, Einaudi ed., 2014, in particolare il capitolo intitolato: La seconda resistenza degli osovani, pp. 105 – 135.

13) Il riferimento è alle trascrizioni di interrogatori datate dal 2 al 3 giugno 1945 in poi (Documenti n. 15, 16, 17, 18, relazione orale senza numero, sottoscritta anche da don Lino, verbale di deposizione n.2, verbale di deposizione n. 3, e due di riconoscimento firmati da Specogna p.c.c., presenti in Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.

14) Cfr. “L’esercito privato del colonnello Specogna”, pp. 190 – 198 e p. 117.

15) Ivi, pp. 117-119.

16) Ivi, p. 182.

17) Cfr. in generale il volume di Giacomo Pacini, Le altre Gladio, op. cit.; per Bruno Cacitti su: www.nonsolocarnia.info l’articolo : Uomini che scrissero la storia della democrazia: Bruno Cacitti, Lena, osovano. Perché resti memoria.e per quanto accadde a Livio, il carnico Romano Zoffo, cfr. sempre sul mio sito, l’articolo intitolato: Laura Matelda Puppini. Romano Zoffo Barba Livio o Livio, il battaglione Carnia, e la crisi innescata dai fatti di Pielungo.

18) Documento intestato “C.V.L. Comando gruppo Brigate d’assalto “Osoppo” dell’est – indirizzato al “Comando I^ Divisione d’assalto “Osoppo – Friuli” datato 15 febbraio 1945, op. cit., p.1.p.2.

19) Marco Cesselli, op. cit., p. 94.

20) Ivi, p. 96.

21) Intervista a Giulio Emerati, in: Enrico Mengotti e Rossana Molinatti, Pôrzus, I due volti della Resistenza, documentario, 1983.

22) Allegato n.2 al Doc. N° 2 senza data: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.

23) Doc. n.5, siglato A. N. 179, firmato da Gigio (nome e cognome non reperito) e da “IL COMANDANTE Manlio Cencig Mario ma non in modo autografo, senza data, in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.

24) Doc. n.6, siglato A. N. 179, firmato ma non in modo autografo da Manlio Cencig e da “Cap. (pellano) C. Lap” (non reperito che sia ma forse vi è un errore di battitua e trattasi di Cappellano, cioè un religioso, Lap), senza data, in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.

25) Doc. n. 7 siglato A. N. 179 in copia, che inizia così: «Da: Testimonianze diverse si hanno le seguenti deposizioni», senza data firmato da “IL COMANDANTE Manlio Cencig Mario” senza firma autografa e “Non firmato da Romano” ove Romano non è noto. In: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.

26) Doc. n.9 in copia siglato A. N. 179, datato 6 aprile 1945, avente come oggetto “Questione Bolla”, firmato IL CAPO UFF. INFORMAZIONI Tullio, in modo non autografo, in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.

27) Il numero cento era già considerato magico dai pitagorici in quanto quadrato di 10 e nella cabala assume valore divino. Inoltre per i diversi significati di “cento” nel linguaggio comune, cfr. https://www.garzantilinguistica.it/it/cento/689148ded53226fa4607283a e https://www.focusjunior.it/giochi/illusioni-ottiche/100-simbologia-e-significato-di-un-numero-speciale-cento-di-questi-numeri/

28) Doc. n. 10 in copia siglato A. N. 179, autocertificazione di Poiana Alice e dalla stessa sottoscritta ma non in forma autografa, in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.

29) Doc. n.12, siglato A. N. 179, con intestazione: “Deposizione sull’eccidio dei comandanti Bolla, Enea e compagni”, datato 23 aprile 1945 e firmato a: “IL COMANDANTE Manlio Cencig (Mario) e Leo Patussi (Tin) senza firma autografa, in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.

30) Doc. n.13, siglato A. N. 179, con intestazione: “Verbale di interrogatorio”, datato 10 maggio 1945 e firmato da Gaetano Valente e dai testimoni: Giorgio Zardi (Glauco) e Alto Pemestre (Cadelo), senza firma autografa, in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.

31) “Intervista al Comandante Giacca”, a cura del Collettivo Propaganda di Rivoluzione, Quaderni di rivoluzione, Supplemento a ‘Rivoluzione’ Padova 2005, leggibile online in: https://www.cnj.it/documentazione/varie_storia/ComandanteGiacca.pdf, p. 15.

32) Intervista a Massimo, in: Enrico Mengotti e Rossana Molinatti, Pôrzus, I due volti della Resistenza, documentario, 1983.

33) Mi ha raccontato Annibale Tosolini che, da partigiani della Natisone, dopo il passaggio sotto il comando militare del IX° Corpo dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, «Alcuni morirono di fame perché, nell’ultimo tempo, siamo rimasti due settimane senza mangiare anche se avevamo due torelli con noi, perché dovevamo spostarci, e si camminava sempre nella notte, e sempre in fila indiana» (E tu seis chi a contale, Annibale… Storia di un partigiano friulano della Divisione Garibaldi Natisone., in: nonsolocarnia.info.

34) Marco Cesselli, op. cit., p. 157.

35) Tommaso Piffer, op. cit., p. 186.

36) Marco Cesselli, op. cit, p. 80.

37) Documento siglato A. N. 179, intestato “C.V.L. Comando gruppo Brigate d’assalto “Osoppo” dell’est – indirizzato al “Comando I^ Divisione d’assalto “Osoppo – Friuli” datato15 febbraio 1945, op. cit., p.2.

38) Ivi, pp.3-4.

39) Intervista a Marco Cesselli, in: Enrico Mengotti e Rossana Molinatti, Pôrzus, I due volti della Resistenza, documentario, 1983.

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L’immagine cha accompagna l’articolo è sempre la stessa già da me utilizzata solo elaborata in altro colore. L.M.P. 

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