E volta e gira … e gira e volta … Il motivo per cui Giacca salì con un gruppo di gappisti alla malga sul Topli Uork era chiaro. Ma …..
Dopo essermi interessata, giocoforza, di altri argomenti, vorrei ora riprendere a scrivere sull’eccidio di Porzûs, fatto che, come ha detto Mario Lizzero a Enrico Mengotti, ha una chiave di lettura storica dei fatti ed una politica, nel senso che venne creata una chiave interpretativa degli stessi, prima ancora dei processi.
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E bisogna sottolineare come fosse presente nei vertici della Osoppo ed in molti osovani, a causa pure della propaganda democristiana, l’idea che gli sloveni fossero in qualche modo dietro l’eccidio, ed agli stessi si potesse giungere attraverso la Natisone, accusandola di tradimento per essersi venduta ad un ipotetico nemico che invece aveva sempre collaborato con gli Alleati.
E da quanto emerge almeno dal processo di Firenze, pare che il vertice osovano avesse già evidenziato a priori, senza processo, gli autori dell’eccidio ed i moventi, condizionati da una visione assurda della realtà, anche se vi erano testimonianze immediate che parlavano di Giacca e di gappisti.
Inoltre non dimentichiamo quanto ho riportato nel mio “ Porzus. Storie osovane di carattere anche politico. sempre su www.nonsolocarnia.info e cioè che «don Lino scrive tranquillamente che egli, fino alla fine di gennaio 1945, si era mosso per guadagnare e incrementare le simpatie verso la Osoppo, persuaso che il contatto diretto con le persone valesse più di tutto. E dichiarò pure di essersi portato in ben 45 paesi a parlare con persone influenti e a patrocinare “la nostra causa” perché la Osoppo venisse stimata ed appoggiata. Inoltre nel febbraio 1945 scriveva di aver avvicinato, sempre muovendosi in bicicletta, per altri 27 paesi, impegnandosi pure a creare dei propagandisti democristiani che potessero continuare il lavoro da lui svolto inizialmente. Pertanto è presumibile che il giovane Pasolini facesse parte di questa rete, e pare che don Lino avesse proprio una sua base di appoggio nel gruppo osovano dell’est», o di Porzûs.
E certamente la deposizione di Tin Leo Patussi (1) su cui mi soffermerò più analiticamente nel prossimo articolo, forse pilotata o forse figlia di supposizioni e talvolta pasticciata, ma chiara nei nomi che fece, nella sua prima pagina porta dritto dritto ad incolpare gli sloveni, quando le cose, incrociando le fonti, non andarono così. Ma anche i rapporti di Bolla con gli sloveni sono importanti da analizzare ma su questo argomento mi soffermerò poi, perché richiede tempo per esporlo. Posso solo dire qui che egli si comportò sempre da militare con loro, applicando protocolli precisi per un ufficiale dell’esercito. Ma se si legge un documento solo ….
Inoltre questa storia di responsabilità slovene nell’eccidio, sussurrate ma mai provate semplicemente perché non esistevano, come non esisteva, quando il fatto avvenne, alcun confine della Nazione Italia essendoci l’Ozak, ma solo tanti bla bla bla, ebbe pure, come coprotagonista dietro le quinte, la chiesa udinese, vista la presenza spesso sottolineata, di don Antonio Volpe, tarcentino.
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La gestione ferrea di ‘Porzûs e del processo da parte del vertice osovano, con finalità politica era iniziata anche con la presenza di soggetti interessati a dare una certa versione dei fatti, che vedeva il P.C.I., i garibaldini e gli sloveni sotto traccia quali reali mandati dell’eccidio. Ed ecco allora, al processo di Firenze, un continuo arrampicarsi sugli specchi dell’accusa per dimostrare, sulla base di supposizioni che pescavano nel “non può essere andata che così” senza prova alcuna, che dietro la strage di osovani c’erano il P.C.I., i garibaldini della Natisone con il concorso degli sloveni “sporchi, rossi comunisti” come mandanti ed un problema di confini futuri alla base, mostrando enorme fantasia, ma incastrando, con questa ipotesi diventata certezza, l’Italia intera per i secoli futuri. Basta leggere il volume: “Il processo di Porzûs. Testo della sentenza della Corte d’Assise d’ Appello di Firenze sull’eccidio di Porzûs” con prefazione di Gianfranco Bianchi e note di Silvano Silvani, avvocato, edizioni Ribis – La Nuova Base ed. 2004 da p. 200 a p. 270 per capirlo.
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Inoltre nessuna testimonianza iniziale pare sia stata resa senza la presenza di qualcuno legato al comando osovano ed il 18 maggio 1945 si legge che Gaetano Valente «era comparso» (1) davanti ai patrioti Glauco (Zardi Giorgio) (2) e Cadelo (Pennestre Aldo) (3) dove il termine starebbe ad indicare che fu sottoposto ad una specie di processo. Non solo: il testo che riporta la versione dei fatti del partigiano di Frosinone è intitolato “Verbale di interrogatorio” non “versione dei fatti” o “testimonianza” o “Deposizione sull’ eccidio dei comandanti Bolla, Enea e compagni”, titolo con cui fu verbalizzata la testimonianza di Leo Pautssi (4).
Ed è stato proprio Cassino che disse che egli, con i gappisti, si venne a trovare, dopo la Pasqua 1945, in ripiegamento a Canebola a causa di un rastrellamento, quindi il 12 aprile a Sella Carnizza per poi ritornare con altri formanti una squadra, sul Collio. Nei giorni seguenti, detto gruppetto gappista si unì alle forze partigiane insorte per la liberazione definitiva del Friuli dallo straniero, ed infine partecipò alla sfilata di Udine il primo maggio. Il 3 maggio Gaetano Valente fu inviato a Cormons, dove il fu ricoverato in ospedale per disturbi reumatici. «Nell’ ospedale trovai- narrò nel corso dell’interrogatorio – due partigiani della Osoppo, anche questi degenti, con cui mi confidai. Uno dei due, il partigiano Lemen (5), avvisò il suo comandante e questi il Com. Gruppo Div.ne, il quale ha provveduto al mio trasporto dall’ ospedale fin qui. Non ho altro da aggiungere. Fatto, letto e chiuso. In fede. Gaetano Valente Cassino. Testi Giorgio Zardi (Glauco) Aldo Pemestre (Cadelo)». (6).
Da questa dichiarazione pare che Cassino sia stato prelevato dall’ospedale ove si trovava per cure per ordine presumibilmente del comando osovano e trascinato in luogo non specificato per esser sottoposto ad interrogatorio, il che non pare il top per soggetti che dicevano di essere i veri democratici.
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Inoltre sempre secondo Gaetano Valente, i gappisti dissero agli osovani non uccisi, una volta raggiunto Bosco Romagno, che se passavano con loro avrebbero avuta salva la vita, e questo avvalora la tesi che i partigiani della prima Brigata Osoppo che furono condotti nella sede gappista furono uccisi perché si rifiutarono, essendo ripieni di propaganda democristiana ed anticomunista, di passare ai gap, come precedentemente ho scritto (7), tranne Leo Patussi e Gaetano Valente.
E se Giacca con i suoi avessero voluto uccidere subito tutti, nessuno glielo avrebbe impedito in quel momento. E sarebbe stato più logico se realmente fossero saliti alle malghe perché la prima Brigata osovana avrebbe potuto contrapporsi ad una possibile invasione slovena mai progettata, che ora appare, alla luce dei fatti, motivazione ridicola. Inoltre c’era ancora l’Ozak.
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Cassino disse anche era stato interrogato dal comandante Silvestro (Leonida Mazzaroli), a Bosco Romagno 4 giorni dopo esservi giunto, che gli aveva riferito delle accuse scritte da un ex- osovano poi giustiziato perché era una spia, Wolf, (8) rivolte a Bolla e che questo era il motivo per cui i gappisti erano saliti alle malghe, e questo si trova anche in altre testimonianze. E riporto, nel merito, a quanto ho già scritto nel mio “Topli Uorch, Porzus. Ancora sui contesti, su De Gregori e sui rapporti con il nemico del gruppo cattolico detentore del comando osovano”, pubblicato su nonsolocarnia il 3 novembre 2025, relativamente al caso Wolf.
«Prima di essere fucilato, Marcon ebbe però il tempo di accusare Bolla, ingiustamente a mio avviso, di dare informazioni al nemico sui movimenti dei garibaldini e degli sloveni, di aver dato l’ordine ai suoi di uccidere il compagno Ferruccio di Cussignacco, non identificato, di sostenere che Bolla, Paolo e Centina si incontravano in centro ad Udine, al caffè Odeon, con i comandanti della guarnigione tedesca e con i repubblichini e che ad osovani era imputabile la morte dei partigiani Giotto, Ardito ed Amor, a cui erano stati dedicati altrettanti battaglioni della “13 Martiri di Feletto U.”.» Inoltre vi fu chi sostenne che Marcon, pur avendo confessato di essere una spia, continuò a sostenere le accuse fatte a De Gregori, lasciando uno scritto poi non più reperito. (9).
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Ed anche Giacca, nell’ intervista al gruppo padovano, cita come movente per la salita alle malghe la verifica di quanto detto da Brontolo/Wolf prima osovano e poi passato alla Garibaldi come spia per i nazisti o per i collaborazionisti. «Nell’ interrogatorio confessò due episodi in cui due compagni erano stati uccisi per ordine di responsabili osovani. Raccontò di sei garibaldini feriti presi dai tedeschi grazie a lui (qui intendisi Bolla n.d.r.) ed altri della Osoppo e di vari altri garibaldini feriti, finiti nelle mani della Osoppo e lasciati morire». (10). Inoltre sempre in detta intervista, Giacca dice che Wolf, cioè Guido Marcon, aveva pure confessato una lista di spie al soldo del nemico con cui era in contatto e di borghesi che sostenevano l’Osoppo nella speranza di non essere toccati e di garantirsi la propria attività a fine guerra. (11). E questo è plausibile, dato che nel febbraio 1945 erano già avvenuti gli accordi di Yalta (12) e si aveva sentore dell’imminente fine del Terzo Reich.
Comunque ed in sintesi, si può dire che, presumibilmente, il racconto del Marcon, spia dei tedeschi e collaborazionisti, che aveva rubato il nome Wolf all’ amico osovano, ucciso per fatti di guerra, e con lo stesso si era arruolato fra i garibaldini o fra i gappisti, fu alla base dell’azione di Giacca e dei suoi alla malga del monte Topli Uorch e che l’aver visto la Turchetti, riconosciuta dal giovane russo che era con i gappisti, fece il resto.
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E che il gappista Silvestro (Leonida Mazzaroli. N.d.r.) avesse detto anche a Tin, Leo Patussi, che la verifica delle affermazioni del partigiano Wolf era stata alla base della salita alla malga, per interrogate in particolare Francesco De Gregori ed il gruppo comando della I^ Brigata sull’accaduto, è riportato anche dal Patussi.
«Un tale Brontolo (che non si sa se fosse un nome di battaglia in precedenza usato chissà dove o un mero soprannome o che n.d.r) guastatore, Marcon, abitante in via Medici in Udine, amico di Wolf, ora anche lui Wolf, che il 20 settembre 1944 dalla pianura venne con l’Osoppo, dopo il rastrellamento passato alla Brigata nera, accettato dai Garibaldini e scoperto dagli stessi certa spia, fu ucciso da loro dopo aver dato ottanta nomi di spie anche dei nostri, giustificò l’eccidio delle baite dicendo (rivolto a Tin n.d.r) non sa che abbiamo la deposizione che Bolla, Enea, Paolo, Olmo, Alfredo, Sante, Don Candido e Pinolo sono fascisti al soldo dei fascisti? Un tale Nullo (Italo Zaina N.d.r. gappista), maestro di S. Giorgio di Nogaro, (aveva aggiunto che) “Il Duce ha scritto a Bolla che i tedeschi non devono fare del male all’Osoppo ecc.” afferma di avere presso di sé un documento di questo tenore». (13).
E di quanto lasciato scritto dal Marcon contro Bolla, come motivazione, per far salire alle malghe Giacca con un gruppo di uomini, parla anche Giuseppe Tomat, detto Bepi ed osovano come riferitagli da un garibaldino suo conoscente, incontrato per caso, Mario Comis, che però, da come riportato nella verbalizzazione della testimonianza del Tomat, datata 18 giugno 1945, pare più un cercare informazioni che altro oltre che il chiarire che il Marcon era la causa della salita gappista alle malghe e che era stato ucciso dai garibaldini. (14).
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Però Alessandra Kersevan, persona che si documenta e non scrive a caso, riporta a p. 92 del suo volume “Dialoghi sopra un processo da rifare”, che tutto ciò che era stato detto al processo su Wolf/Brontolo venne ritenuto una “invenzione difensiva” (15). E non venne neppure considerata come causa sufficiente per l’esecuzione di Bolla, Enea e della Turchetti, la presenza della stessa, segnalata come spia, alle malghe, persona che, quindi, non doveva venir trattenuta (e pare poi addirittura trasformata in partigiana), ma soppressa.
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Infatti si continuò a parlare di segnalazione di Radio Londra, quando i bollettini del C.in.pro (anche Cinpro) c’erano, e molto facilmente erano in mano a osovani o sacerdoti, ma forse vennero da qualcuno celati o non presi in considerazione perché non presentati. Ma dal 1945 al 1951 ci furono anni perché, se qualcuno voleva farlo, potesse giocare sulla documentazione da presentare al primo processo ma anche su che valore dare alla stessa oltre che aiutare testimoni oculari a ricordare. E questi processi, a mio avviso, furono improntati su racconti di uno e dell’altro, e su narrazioni neppure simili di uno stesso soggetto, per esempio Secondo Clocchiati in odore di essere un filofascista. (16).
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Rispetto alla presenza della Turchetti alle malghe, al processo di Firenze ma forse anche al precedente, si disse che l’accento sulla sua presenza era ipocrita, in quanto la Garibaldi doveva sapere dove si trovava prima dell’eccidio, ma, dico io, questo sarebbe stato, però; davvero un motivo per chiedere a Bolla, subito, immediatamente, che cosa stesse facendo. Solo che non abbiamo prova alcuna che i garibaldini sapessero la storia della Turchetti, che giunse al Nis della prima Brigata guidato da Tullio, accompagnata dall’osovano Marinaio. (17).
Ma ai processi sulla Turchetti non venne presentata la documentazione ora reperibile all’ Ifsml da me citata negli articoli da me scritti sulla Turchetti, ma ne parlò un tale Enore Trangoni l’osovano Franco, mentre che fu accompagnata da un garibaldino al Nis osovano risulta da altre due testimonianze orali: quella di tale Luigi Stampetta, sul quale non ho trovato informazione alcuna, e quella di Agostino Benetti (l’osovano Gustavo) ma non da quella del Tullio stesso. I due dissero che la ragazza era stata accompagnata dal gappista Paura, che l’aveva nascosta per primo. (18).
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Insomma l’impressione, a decenni dai processi di Porzûs, e che questi siano stati pilotati, con molti testimoni orali, che potevano aver incontrato chissà chi nei plurimi anni che divisero i processi dai fatti, e che la documentazione presentata dalla Osoppo fosse stata accuratamente scelta.
E poi come non avere qualche dubbio su come essi vennero condotti se quando Paolo e Verdi dicevano qualcosa, contestato dalla difesa, interveniva Vico a supportarli? (19).
E scrivo questo indipendentemente dall’informazione contestata nel rifermento ma perché ci fa capire chi ebbe in mano la regia dei processi: Paolo, Verdi e Vico. Due di loro fecero poi una radiosa carriera nella Dc mentre Verdi si presentò per i socialisti alle amministrative e fu votato tanto da diventare consigliere sia comunale che provinciale, ma alle politiche, dove si presentò con ‘Unità Socialista’ alcuni elettori scrissero sulla scheda Verdi e non Candido Grassi, secondo il racconto di Romano Marchetti che gli rimase amico sino alla fine, e quindi i voti furono annullati. Egli morì di cancro all’ospedale di Udine il 15 settembre 1969. Inoltre Paolo e Verdi furono coloro che firmarono la denuncia trascinando nella vicenda pure la Natisone, per come formulata.
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Altro aspetto importante è la definizione di “unità straniera” (20) data al IX° Korpus nel corso dei processi, in quanto allora Friuli, Venezia Giulia e Slovenia erano uniti dall’appartenenza all’Ozak. Ma anche la geografia sparì dai processi anche se, avendo i protagonisti vissuto quel periodo, la conoscevano benissimo.
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Inoltre Cassino, cioè Gaetano Valente, raccontò di aver visto nella malga superiore sia Bolla che Enea legati e con evidenti segni di percosse. Ed egli testimoniò che «era voce generale nel battaglione ‘Giotto’ che il comandante Bolla ed il Delegato politico Enea erano stati torturati prima di essere uccisi» (21) e «si diceva pure che un patriota della Osoppo era stato ucciso da colpi di martello» (22). Ma non pare sia andata così. Inoltre coloro che portarono giù i corpi parlarono di spari multipli e cioè di giustiziati a colpi di mitra. Ma spesso persone qualunque pensarono a torture vedendo i segni spaventosi lasciati da spari a bruciapelo.
Ed anche Marco Cesselli propende per il fatto che le sevizie fossero frutto di dicerie più che di realtà. «Nacque poi la diceria degli osovani accoltellati, finiti a colpi di martello e selvaggiamente seviziati. I cadaveri dei tre fucilati furono macabramente descritti al processo con incredibile profusione di particolari raccapriccianti, per dimostrare che gli uccisori avevano infierito.
Le sevizie non furono provate. Semmai vi era stata qualche percossa al momento della cattura. No ci fu violenza carnale sulla povera Turchetti, anche se a questo proposito furono diffuse voci senza fondamento. Si sarebbe persino detto che la ragazza fu violentata quanto ancora agonizzava.
In realtà era accaduto che l’immaginazione individuale di coloro che avevano pietosamente composto le salme interpretasse in modo diverso, spesso errato, le ferite. Più tardi Emerati (Giulio n.d.r.) ritrattò il particolare delle lesioni ossee che gli erano sembrate, a prima vista, prodotte da colpi di martello. D’altra parte i testi furono unanimi solo riguardo la molteplicità delle ferite rilevate su ciascun corpo, ovvia conseguenza delle raffiche di mitra». (23)
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Ma a questo punto non si capisce cosa riferisca Cassino, a meno che la sua testimonianza, su questo particolare non sia stata diciamo così ‘pilotata’ o frutto del sentito dire. Inoltre i gap non torturavano in genere: sparavano, uccidevano e poi se ne andavano: infatti per torturare ci volevano tempo e un luogo. E così rispose Giorgio Sfiligoj gappista al processo quando gli fu chiesto se gli risultava fossero state inferte sevizie alle tre vittime del 7 febbraio «Avevamo mitra sufficienti per ucciderli; non avevamo tempo sufficiente per torturarli, neanche se avessimo voluto». (24).
Inoltre dal cimitero di Savorgnano al Torre, dopo la fine della guerra, sia i resti di Francesco De Gregori sia quelli di Gastone Valente furono esumati e trasportati in quello di Udine. Ed una valutazione da un medico, in vista del processo, essendo stata formalizzata la denuncia per la loro morte il 26 giugno 1945, poteva venir fatta. Ma non accadde, lasciando ampio spazio alle supposizioni anche grazie al ritardo del primo processo, posticipato a 6 anni dopo i fatti.
E per ora mi fermo qui dicendo che, alla luce di documenti e testimonianze, pare proprio che Giacca sia salito alle malghe con un gruppo dei suoi, non sapendo chi e cosa avrebbe trovato, per chiedere conto a Bolla ed ai suoi su quanto detto da Wolf e magari su altre dicerie, ma poi vide la Turchetti…. E pensò che non servisse più interrogare nessuno. La Turchetti era una spia segnalata e doveva venir uccisa subito per le regole militari, non esser mantenuta in vita a fare la domestica.
Senza voler offendere alcuno anche questo articolo ho scritto.
Laura Matelda Puppini
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NOTE.
1) “Verbale di interrogatorio di Gaetano Valente, Cassino, senza firma autografa, datato 18 maggio 1945, siglato Doc. 13, A. N.179, in 4 pagine, con testimoni del racconto a conferma: Giorgio Gardi Glauco e Aldo Pemestre Cardelo” in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.
2) Giorgio Zardi era nato a San Daniele il 18 maggio 1919. Ė stato partigiano osovano, giornalista (anche redattore del Messaggero Veneto dal 1948 al 1954). Dopo la Liberazione fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana in Friuli, direttore del Nuovo Friuli, Consigliere comunale nel comune di San Daniele e poi sindaco di quel comune dal ’52 al ’64. Ė stato anche presidente A.P.O. dal 1980 al 1989.
3) Aldo Penndestre è stato un partigiano osovano del P.d’A., di cui divenne cassiere nel 1945. Non ho reperito altre informazioni su di lui.
4) “Deposizione sull’eccidio del Comandante Bolla, Enea e compagni”, siglato Doc N. 12, A.N. 179, datato 23 aprile 1945, firmata non in modo autografo da Leo Patussi e dal Comandante: Cencig Manlio Mario, in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.
5) Non identificato.
6) “Verbale di interrogatorio di Gaetano Valente, Cassino”, op. cit.,
7) Ibidem.
8) Ibidem.
9) Alessandra Kersevan, Dialoghi sopra un processo da rifare, Kappa Vu, 1997, pp. 90-93.
10) “Intervista al Comandante Giacca”, a cura del Collettivo Propaganda di Rivoluzione, Quaderni di rivoluzione, Supplemento a ‘Rivoluzione’ Padova 2005, leggibile online su https://www.cnj.it/documentazione/varie_storia/ComandanteGiacca.pdf, p. 15.
11) Ibidem.
12) Con accordi di Jalta si intendono quelli conclusi alla fine della Conferenza di Jalta, in Crimea, dive si incontrarono, dal 4 all’11 febbraio 1945, i leader delle tre potenze alleate, W. Churchill per la Gran Bretagna), F.D. Roosevelt per gli Stati Uniti e I. Stalin per l’Urss per discutere, in base al principio delle cosiddette. sfere d’influenza, i piani per la conclusione della guerra contro le potenze dell’Asse, l’occupazione e la spartizione della Germania e il successivo assetto dell’Europa e dell’Estremo Oriente. (https://www.treccani.it/enciclopedia/conferenza-di-jalta/).
13) “Deposizione sull’eccidio del Comandante Bolla, Enea e compagni”, op. cit.
14) Il riferimento è al documento “Relazione” n. 14, siglato A.N. 179 datato solo maggio 1945, firmato Tomat Giuseppe (Bepi), in: Fondazione Gramsci. Roma. Archivi del Partito Comunista Italiano. Fondo da Direzione Nord, (donazione Massola). Cartella 20 – Friuli Venezia Giulia e Jugoslavia – Fascicolo 6 Porzus.
15) Alessandra Kersevan, “Dialoghi sopra un processo da rifare”, op. cit., p. 92.
16) “L’osovano Secondo Clocchiatti apparteneva alla polizia tedesca”, in L’Unità di Milano, 25 ottobre 1951. Ma già si era visto che costui, che però da altri non veniva ritenuto un osovano ,aveva dato due testimonianze diverse al processo ed a don Volpe.
17) Cfr. documentazione citata nel mio sempre su www.nonsolocarnia.info nei miei: Elda Turchetti. Ricostruzione possibile della storia di una spia paesana, poi partigiana, uccisa a Porzus e pure in: Ancora su Elda Turchetti ed Eligio Zampa, presumibilmente spie al soldo dei tedeschi, e la prima Brigata Osoppo: tante vite che si intrecciano da fine dicembre al 7 febbraio 1945.
18) Per i testimoni sulla Turchetti ai processi cfr. “Il processo di Porzûs. Testo della sentenza della Corte d’Assise d’ Appello di Firenze sull’eccidio di Porzûs” con prefazione di Gianfranco Bianchi e note di Silvano Silvani, avvocato, edizioni Ribis – La Nuova Base ed. 2004, pp. 232-233.
19) Il processo di Porzus, op. cit., p. 264.
20) Ivi, p. 356.
21) “Verbale di interrogatorio di Gaetano Valente, Cassino”, op. cit.
22) Ibidem.
23) Marco Cesselli, Porzûs due volti della resistenza, Aviani & Aviani ed., ristampa integrale, 2012, pp. 109-110.
24) Ivi, p. 110.
https://www.nonsolocarnia.info/e-volta-e-gira-e-gira-e-volta-il-motivo-per-cui-giacca-sali-con-un-gruppo-di-gappisti-alla-malga-sul-topli-uork-era-chiaro-ma/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/01/PORZUS.jpg?fit=430%2C627&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/01/PORZUS.jpg?resize=150%2C150&ssl=1STORIADopo essermi interessata, giocoforza, di altri argomenti, vorrei ora riprendere a scrivere sull’eccidio di Porzûs, fatto che, come ha detto Mario Lizzero a Enrico Mengotti, ha una chiave di lettura storica dei fatti ed una politica, nel senso che venne creata una chiave interpretativa degli stessi, prima ancora dei...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia




Matelda, nell’articolo dici per due volte che il documento relativo alla confessione di Brontolo non è stato mai trovato. È stato trovato già nel 1997, in due diversi archivi (tra cui a Padova, carte del CVL regione Veneto) e ne parlai in un articolo sul Gazzettino di allora. Ne riparlo più che ampiamente (riproducendo il documento in copia fotostatica) nel mio recente libro “Porzûs 1945. Prove di Gladio sul confine orientale”. Inoltre nel libro chiarisco documentalmente anche altre cose di cui parli nell’articolo, per esempio riguardo alla vicenda di Elda Turchetti. Penso che quando si scrive su un argomento così storicamente importante non si possa prescindere da quello che è già stato pubblicato, sennò si scrivono cose imprecise o già superate.
Grazie Alessandra per la precisazione. Ma se non erro la fonte era il tuo primo libro. Ho cancellato la riga in cui ho scritto che il documento non era stato trovato. Per ora non posso fare altro perche’ sono in ferie e non ho neppure un computer. Per quanto riguarda l’esser giunte per vie diverse alle stesse conclusioni come mi scrivi mi pare aspetto interessante