Resistenza, Zona Libera di Carnia e Friuli, donne e voto.
Il 28 maggio 2026 sono stata ospite della Casa del Popolo di Torre di Pordenone grazie alla S.p.i – Cgil, ove ho parlato della “Repubblica partigiana della Carnia come esperimento di libertà attraverso il riconoscimento del diritto di voto alle donne”, il che mi ha portato ad accennare a più argomenti: 1 – i movimenti delle donne per cercare di guadagnare almeno il diritto di voto e la non sottomissione ai maschi di famiglia; 2 – la risposta femminile durante la resistenza e il protagonismo femminile, massiccio e popolare, nella resistenza italiana; 3 – il problema del voto alle donne nell’ Italia Unita, che giunse per tutte solo nel 1946 ma ebbe un suo esordio proprio nella Zona Libera di Carnia e del Friuli Occidentale, inserito nel quadro della riconquista del diritto di votare i propri rappresentanti per tutti che il fascismo aveva cancellato dal 1924.
Ringrazio inoltre e davvero chi mi ha invitato ed ascoltato e riporto qui il testo predisposto per l’incontro iniziando con il sottolineare che forme di voto, come espressione della propria volontà, esistevano anche prima dell’era moderna e contemporanea, per alzata di mano per esempio, ma erano espresse per lo più dai maschi capofamiglia per esempio nelle comunità di villaggio.

Voto palese per alzata di mano. (Da: https://sintum.cl/citacion-asamblea-extraordinaria-para-votacion-convenio-colectivo/).
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Altro modo per espriemere il proprio voto dopo l’unità d’Italia in parlamento, prima del voto elettronico, furono le palline bianche e nere, ancora utilizzate quando il sistema di voto elettronico dovesse andare in tilt o nelle logge massoniche e forse in altri contesti.
E parlando di diritto al voto ed al voto alle donne, non si può esulare dal fatto che la lotta per la parità di diritti con gli uomini, che donne e ragazze della borghesia europea ed americana ma anche italiana e non solo iniziarono a portare avanti dalla fine del 1700 in poi, ebbe origine dai principi liberali e libertari della rivoluzione francese, dell’ illuminismo e del socialismo.

Palline bianche e nere per votare come nelle logge massoniche ma anche per esprimere il voto segreto in parlamento prima del sistema elettronico. Ancora in uso quando lo stesso non funziona. Da: https://www.massoneria.store/it/per-la-loggia/974-palline-per-le-votazioni-di-loggia.html.
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Le suffragette e la lotta per il voto alle donne.
Il problema nell’ emancipazione femminile dalla situazione di sottomissione totale e completa alla famiglia e cioè al padre o fratelli se nubili od al marito se sposate, ha comportato, pure, dall’’800 in poi, la lotta per il voto alle donne.
«Correva la fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX, – ho scritto in un mio articolo – quando, sull’onda della rivoluzione francese, iniziarono a svilupparsi in Francia i primi movimenti femminili che cercavano di ottenere per le donne gli stessi diritti che per gli uomini. Essi ebbero il loro fondamento nella presentazione, da parte di M.me de Keralis, all’Assemblea Rivoluzionaria, del “Cahier de Doléances des femmes“ (Libro delle lamentele delle donne) che può essere considerato come la prima richiesta di riconoscimento dei diritti delle donne e nella pubblicazione, da parte di Olympe de Gourges, della “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, uscito nel 1791, passando dalle mere lamentele alla richiesta di diritti espliciti.

Carta delle lamentele delle donne di ed. originale 1789 di Madame de Keralis – prima edizione 1789, copertina dell’edizione del 1989. (Da: https://archive.org/details/1789cahiersdedol0000unse).

Prima pagina della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, uscito nel 1791 e firmato da Olympe de Gourges, nome dietro cui si celava Marie Gouze, poi finita ghigliottinata per aver difeso Luigi XVI. (Da: https://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_dei_diritti_della_donna_e_della_cittadina).
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Nello stesso periodo anche il ceto borghese femminile inglese iniziò a richiedere diritti pari ai maschi, a non volere la donna relegata al ruolo di ‘domestica, madre e sposa” a domandare a gran voce il diritto di voto. Nel 1792 Mary Wollstonecraft pubblicò uno scritto dal titolo: “A Vindication of the Right of Women”, ed infine, ne 1835, le donne riuscirono a conquistare il diritto di voto alle elezioni locali. Ma la strada da percorrere si dimostrò ancora lunga. Però vi furono anche uomini ‘illuminati’, nel senso che seguivano i principi della rivoluzione francese, che sostennero le rivendicazioni delle ‘suffragette’, e fra questi la storia ricorda John Stuart Mill, famoso filosofo inglese liberale e liberista che, nel 1869, scrisse un saggio intitolato: “La servitù delle donne”, influenzato, pare, dalla moglie con cui si confrontava. E senza l’appoggio maschile anche se sporadico, credo che nessuna rivendicazione femminile sarebbe andata a buon fine.

Mary Wollstonecraft, autrice di “A vindication of the right of women” 1797, ritratto del pittore John Opie, (Da: https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/mary-wollstonecraft.).
In un mondo in cui le donne, ricche o povere che fossero, dovevano essere sottomesse, nel 1903 alcune di esse, in Inghilterra, fondarono l’Unione sociale e politica delle donne (WSPU)”. Tutto incominciò nella casa della famiglia Pankhurst, dove viveva Emmeline Goulden (23), proveniente da una famiglia colta e politicamente radicale. che aveva sposato Richard Pankhurst, la quale organizzò un piccolo raduno di donne per incominciare a parlare della condizione sociale femminile. Ma quell’incontro non avrebbe potuto aver luogo se anche Richard, che era un avvocato socialista, non fosse stato consenziente e non avesse condiviso, in particolare, la richiesta del voto alle donne. Non solo: egli era stato l’autore delle norme sulla proprietà femminile, approvate nel 1870 e nel 1882, che consentivano alle donne di mantenere i guadagni e la proprietà acquisite prima e dopo il matrimonio senza che passassero tutte la marito. Pertanto possiamo dire che le rivendicazioni per i diritti alle donne nacquero sia da istanze liberiste che socialiste, e da rappresentanti di ambo i sessi. (2).

Emmeline Goulden in Pankhurst con il figlio. Fu sostenuta nella sua attività femminista dal marito. (Da: https://it.wikipedia.org/wiki/Emmeline_Pankhurst. Foto priva di copyright).
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Il movimento per l’emancipazione femminile e il diritto al voto in Italia.
Forme di espressione di volontà che possiamo chiamare voto esistevano già per i capifamiglia maschi uniti nelle vicinie per quanto riguarda le nostre terre, sia sotto il Patriarcato di Aquileia che sotto Venezia, ma in una organizzazione sociale totalmente diversa da quella moderna.
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Prima dell’unità d’ Italia in Lombardia e Veneto (Lombardo – Veneto), allora sotto dominazione austriaca, le donne capofamiglia, benestanti e amministratrici dei loro beni potevano esprimere una loro preferenza elettorale a livello locale per procura ma solo e pare, essendoci fonti discordanti, solo in alcuni rarissimi comuni potevano essere elette. E così era pure nel Granducato di Toscana, dove però nessuna donna poteva esser chiamata a rivestire cariche pubbliche.
Però nessuna donna poté votare per l’Unità d’Italia e questo produsse scontento in alcune regioni.

Cartina della penisola all’uscita dal Congresso di Vienna. Si notino il Lombardo – Veneto passato all’Austria e il Granducato di Toscana, dove alcune donne potevano votare per il rappresentante locale del posto dove vivevano. (Da: https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_italiani_dal_Congresso_di_Vienna_all%27unit%C3%A0_d%27Italia)
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Con l’avvento del Regno d’ Italia, i diritti di voto garantiti alle donne localmente vennero meno e si diede per scontata l’esclusione, dettata dalle tradizioni, delle donne dalla vita politica. La formula “i cittadini dello Stato” che si legge nei decreti e nelle leggi dell’Italia unita si riferiva per tacito accordo ai soli uomini.
«Il Regno d’Italia ignorava la parte femminile che lo costituiva: per questo motivo nel 1861 le donne lombarde, definendosi con audacia “cittadine italiane”, portarono alla Camera una petizione nella quale rivendicavano il diritto di voto che era in loro possesso prima dell’Unità e chiedevano che venisse esteso a tutto il paese» (3). E se è vero che, sotto il Regno d’Italia, ci furono sporadici disegni di legge ed iniziative politiche per cercare di far votare anche le donne per le amministrative, essi di fatto non giunsero mai in porto fino al secondo dopoguerra, al 1946.
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Fondamentale, nei primi Novecento, fu l’attività di Maria Montessori, la prima donna italiana a studiare medicina e ad esercitare la professione medica. Nel 1906 pubblicò sul giornale “La Vita” un appello in cui invitava le donne italiane a iscriversi nelle liste elettorali politiche, visto che nessuna legge lo vietava espressamente, seguendo quanto da lei fatto quando si era iscritta alla facoltà di medicina, prima donna a farlo, perché non esisteva una legge che lo vietasse.
A seguito del suo appello, numerose donne italiane, specialmente maestre, infermiere e ostetriche, fecero richiesta in tal senso alle corti di appello delle loro città. Tutte le sentenze si conclusero con esito sfavorevole, fatta eccezione per quelle presentate nella città di Ancona, dove dieci maestre ottennero la tessera elettorale, creando un importante precedente e anticipando di quarant’anni la conquista del diritto di voto femminile. (4).
Nel 1908 il Comitato Nazionale pro-suffragio organizzò un convegno. Tra i temi più discussi figurarono l’assurdità di concedere il voto agli uomini che non sapessero leggere e scrivere, ma non alle donne che avessero studiato.

Maria Montessori. ritratto di autore sconosciuto. Data dell’opera sconosciuta. Non noti diritti di autore sull’ immagine. (Da: https://en.wikipedia.org/wiki/Maria_Montessori).
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Con la prima guerra mondiale, come pure in Carnia già da prima a causa della grande emigrazione maschile, le donne, mancando gli uomini, divennero sempre più coloro che portavano a termine anche lavori sino ad allora svolti dai maschi. Ma questo non comportò il diritto di voto. Fin dagli inizi del 1900 il P.S.I. sosteneva il voto alle donne, pur con divisioni al vertice e, nel 1919, venne fondato da don Luigi Sturzo il Partito Popolare Italiano, che aveva come riferimento la dottrina sociale della chiesa e che, nel suo programma, conteneva pure l’ipotesi di estendere il diritto di voto alle donne. Ed in quell’ anno si giunse a due passi, in Italia, dal permettere alle donne di votare, ma poi il disegno di legge si arenò. E coloro che lo sostenevano, oltre il partito di don Sturzo, erano i fiumani dannunziani, basta vedere la “Carta di Libertà del Carnaro”, ossia lo Statuto dello Stato libero di Fiume, espressione di una ricca borghesia fascista e di costumi ben più liberi di prima, anche per alcune donne. (5).
Ma in Carnia, giocoforza in alcuni casi la donna aveva assunto un ruolo di capostipite ….
Per quanto riguarda la Carnia, zona montana e spesso poverissima, dove l’emigrazione maschile all’estero era massiccia in quanto era la maggior fonte di lavoro, si trovavano allora, almeno a Maiaso, in comune di Enemonzo nella val Tagliamento, come ricorda Romano Marchetti nelle sue memorie, casate indicate al femminile: ‘Chei di Beta’- quelli di Elisabetta; ‘Chei da Blancja’ – quelli di Bianca; ‘ Chei di Menia’- quelli di Domenica; Chei di Tranquilla’- quelli di Tranquilla. (6). Non so realmente perché donne avessero, in questa piccola comunità, ma forse anche in altre, sostituito il capostipite in genere maschio, ma forse, in un modo o nell’altro, per questi nuclei era rimasta solo la presenza femminile distintiva, magari perché poteva accadere che i mariti non rientrassero più, morissero all’estero o si facessero un’altra famiglia in terra straniera. Ma può darsi pure che la casa familiare fosse quella ereditata dalla moglie e il marito fosse “lât in cuc”, come si dice da noi, cioè ad abitare in casa dei lei. Ed a Cavazzo Carnico, per esempio, per indicare la casa e la famiglia dei miei bisnonni materni dicevano “là di Laura”, perché il marito era andato a vivere in una sua proprietà.

Maiaso in lontananza. (Foto di Laura Matelda Puppini)
Comunque in Carnia, dove l’emigrazione maschile era altissima, spesso la donna poteva assumere il posto del capofamiglia, pur non essendole legalmente riconosciuto. Non solo: un certo ruolo sociale di potere familiare da parte di donne borghesi potrebbe venir compreso guardando pure alcuni quadri per lo più sei – settecenteschi, che ritraggono, nelle Fiandre come altre parti d’ Europa ed anche in Friuli donne benestanti o mogli di commercianti facoltosi con le chiavi di casa in mano o appese alla cintura a rappresentare il loro ruolo di padrone di casa, di custodi del patrimonio domestico, segno di responsabilità ma anche di autonomia, autorità e indipendenza di gestione domestica.
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La donna nella società socialista.
Anche il pensiero socialista giocò un suo ruolo importante nell’emancipazione femminile, a cui dette pratica attuazione a partire dall’ Urss.
In Russia già a fine 1800, e quindi sotto lo czar, iniziarono ad essere create associazioni di mutuo soccorso e corsi di istruzione (i primi furono i “Corsi Bestužev” fondati da Costantin Bestužev presso la sua scuola privata a Pietroburgo) per rendere le donne più facoltose e borghesi indipendenti e colte, dotandole pure di un attestato degli studi svolti in alcuni e rari casi pari ad una laurea (7), mentre le contadine erano analfabete ed era difficile aumentare il loro tasso di alfabetizzazione.

Ritratto di Nadezhda Vasil’evna Stasova, direttrice dei “corsi Bestužev” a Pietroburgo, quadro di Ilya Repin, 1884. Immagine di pubblico dominio, in: https://it.wikipedia.org/wiki/Nade%C5%BEda_Vasil%27evna_Stasova.
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Ma con l’avvento della società sovietica, dopo la rivoluzione d’ottobre 1917, le donne in Urss divennero una parte fondamentale della forza – lavoro, e vennero aperte loro più opportunità di istruzione, sviluppo personale e formazione, prima sconosciute. Inoltre le donne iniziarono a ricoprire, nell’ industria, anche ruoli di responsabilità.
Nel 1920 il governo sovietico legalizzò l’aborto, ma vennero anche emanate norme e leggi relative al lavoro che permisero alle lavoratrici di godere degli stessi diritti dei loro colleghi in materia assicurativa in caso di malattia e di salario minimo e di poter fruire di un congedo di maternità retribuito di otto settimane. Ad entrambi i sessi venne pure concesso un congedo di vacanza retribuito. (8).
Inoltre «i bolscevichi salirono al potere con l’idea di liberare le donne e trasformare l’istituzione familiare. Furono in grado di pareggiare lo status legale delle donne con quello degli uomini riformando alcune leggi come il codice in materia di matrimonio, la famiglia e la tutela (ratificata nell’ottobre del 1918) che permetteva ad entrambi i coniugi di conservare i propri diritti di proprietà e i relativi guadagni, dando inoltre ai figli nati al di fuori del matrimonio gli stessi diritti degli altri». (9).

Disegno di tre donne sovietiche in Urss. (Da: https://frontepopolare.net/2017/11/18/il-ruolo-della-rivoluzione-dottobre-e-del-marxismo-nella-lotta-per-la-liberazione-della-donna/vintage-russian-poster-respect-and-love-to-soviet-women-13630-p/).
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E durante la seconda guerra mondiale le donne svolsero pure un ruolo importante nell’Armata Rossa. Furono oltre 800.000 quelle che prestarono servizio nelle forze armate sovietiche nel corso di quel conflitto, ovvero oltre il 3% del personale totale, e circa 200.000 ricevettero onorificenze, mentre 89 di loro alla fine della guerra furono insignite del titolo di “Eroine dell’Unione Sovietica”, la più importante onorificenza militare. E se per lo più le donne prestarono servizio come medici e infermiere, non mancarono le donne pilote, e quelle che svolsero il ruolo di cecchini, mitraglieri, membri degli equipaggi di carri armati e partigiane, oltre ruoli ausiliari. Poche di queste donne, tuttavia, vennero promosse ufficiali. (10). E tantissime furono le donne in U.R.S.S. che sostennero la famiglia e morirono nello spaventoso assedio di Leningrado, dove i nazisti circondarono la città per far morire di fame e freddo la popolazione che visse allora una situazione durissima che causò un milione di morti civili. Leningrado fu liberata definitivamente dall’armata rossa nel gennaio 1944.

Donna russa davanti ad un macchinario che pare una trebbiatrice, stanca ma che guarda lontano. Da: https://stachanovblog.org/2017/11/26/lemancipazione-della-donna-in-urss/
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Il ruolo della donna nella penisola jugoslava.
Presumibilmente il pensiero socialista, quanto realizzato in URSS ed il ruolo assunto dalla donna nella resistenza dalla Slovenia ai Balcani (come venne seppur con difficoltà conosciuto anche dai partigiani garibaldini prima militari del R.E.I. utilizzati nella lotta antipartigiana), influenzarono l’idea che le formazioni garibaldine, almeno in Fvg, si fecero di un protagonismo al femminile nella resistenza.
Però Vittorio Filippi, su East Journal, mette in evidenza come, a parte il contesto di una guerra durissima, il compito dell’emancipazione femminile «era sociologicamente ardito vista la posizione della donna nella società jugoslava di allora: una società povera, contadina, patriarcale, assolutamente conservatrice, dove i ruoli tradizionalmente assegnati alle donne erano quelli di moglie, madre e casalinga. Non avevano diritti politici e costituivano meno di un quinto (pur sottopagate) della popolazione occupata». (11).
Ma neppure in quella società ed in quei territori si partiva da zero, «dato che vi era una precedente organizzazione (l’Alleanza dei movimenti femminili) che aveva sia una dimensione “civile-borghese” sia una più lavorativa, quest’ultima supportata dal partito comunista, peraltro illegale. Sarà quest’ultima componente a cogliere negli eventi bellici che rovesciavano l’immobile ed arcaica società jugoslava la chiave per chiedere di rivedere, da subito, la sua antica subalternità». (12). Non solo: allora si guardava anche all’esperienza sovietica in materia di parità tra i sessi in vista di un mondo nuovo.

Gruppo di partigiane jugoslave. Tra queste, al centro, Roza Papo infettivologa ebrea e prima generalessa dell’ esercito balcanico. (Da: https://www.reddit.com/r/jewsofconscience/comments/1inpwi6/womens_group_of_yugoslav_partisans_including/?tl=it).
Per quanto riguarda l’impiego di donne nel corso della seconda guerra mondiale, 200 mila donne dalla Slovena ai Balcani parteciparono ai combattimenti nelle file partigiane; 25 mila trovarono la morte, 40 mila rimasero ferite o invalide e duemila divennero ufficiali dell’esercito popolare di Liberazione Jugoslavo. «Ma il dopoguerra – sempre secondo Vittorio Filippi – si presentò ambiguo» (13) e se da un lato le donne poterono finalmente votare, dall’ altro il Fronte femminile fu abolito nel 1953 per confluire “diluendosi” nella Lega socialista del popolo lavoratore». (14).
Comunque le rivendicazioni per i diritti alle donne sorsero da due situazioni diverse: dal liberalismo da un lato, che però inizialmente coinvolse poche persone e fu un movimento di ‘élite’, e dal socialismo dall’altro, dove fu però prevalentemente scelta statale e di vertice.
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Fascismo e ritorno in parte all’ideale della donna madre tutta casa, famiglia, focolare e lavoro inquadrata nelle organizzazioni femminili fasciste che non permettevano libertà personali.
Ma ritorniamo all’ Italia, constatando che, se il P. C. d’I venne fondato nel 1921, allora il socialismo ed il marxismo già dilagavano, portati in Patria ed in particolare fra i monti dagli emigranti e grazie alla creazione del Partito Socialista Italiano che aveva visto la luce nel 1892 e che aveva nel suo programma pure il suffragio universale.
E anche grazie al diffondersi fra le masse operaie in particolare del socialismo e grazie pure all’opera di Anna Kuliscioff, russa, medico, di Maria Montessori già citata e di Maria Goia che in Italia si iniziò la lotta per l’estensione del voto alle donne che si concretizzò, pure, con la creazione, nel 1911, del Comitato socialista per il suffragio femminile. Ma detta richiesta naufragò l’anno successivo a causa del governo allora guidato da Giolitti che ribadì, con apposita legge, il diritto di voto solo maschile.
E la prima volta che nell’ Italia unita fu concesso il voto alle donne, però solo se capofamiglia, fu nella Zona Libera, poi Repubblica libera di Carnia e del Friuli occidentale, che ebbe sede ad Ampezzo, in Carnia.
Ma già prima del conflitto mondiale 1915-1918 (per esempio nella grande manifestazione di Villa Santina il febbraio 1915), le donne socialiste ed anarchiche della Carnia presero parte a manifestazioni in prima linea, domandando pace, pane e lavoro, e le richieste di allora sono le stesse di ora. (15).
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In Italia dopo la prima guerra mondiale che aveva visto la partecipazione attiva di donne e giovanette impegnate nel supporto bellico come lavoratrici (16), a fronte di movimenti che chiedevano la partecipazione alla vita civile delle donne e l’affrancamento dalla sottomissione ai maschi di casa, vi fu, sotto il fascismo, da un lato un modello femminile per le classi sociali più alte che permetteva di ottenere una certa libertà personale, almeno fino al concordato del 1929, dall’altro un ripetersi del mito della donna madre e sposa.

Piccole Italiane (Da: https://www.centrodellamemoriasavigliano.it/opera-nazionale-balilla-piccole-italiane/).
Con il decreto del 9 dicembre 1926 Mussolini escluse le donne dall’insegnamento di lettere, latino, greco, storia e filosofia nei licei classici e scientifici, e da quello di italiano e storia negli istituti tecnici. Inoltre vietò alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie. A questi limiti si aggiunse l’aumento delle tasse universitarie per le studentesse, raddoppiate rispetto a quelle degli uomini. Inoltre il pensiero fascista sosteneva che le donne dovessero svolgere solo le attività in particolare professionali proprie del sesso femminile; riteneva la donna inferiore all’ uomo e, pure, che potesse raggiungere soddisfazione solo nella famiglia.
Sotto il regime, bambine e ragazze di ogni ceto sociale, fino al matrimonio, vennero inquadrate nelle associazioni create all’uopo dal Partito Nazionale Fascista al potere, che avevano come scopo quello di far apprendere alle stesse non solo i principi della società fascista ma pure il modello fascista di donna, madre e sposa, e di indicare come dovessero comportarsi nel lavoro ed in ogni ambito della vita sociale, persino nella fecondità.
Ed alla “normazione della vita femminile” era collegata la normalizzazione della vita familiare di cui la donna era considerata il nume tutelare. Però, al contempo. non si può negare che la società italiana in particolare del centro- nord vedeva sempre più donne e giovanette occupate in fabbrica o a fare, se fortunate, le segretarie, togliendosi, in tal modo, dal continuo e diretto controllo familiare. Vi è un interessantissimo volume di Victoria de Grazia, che tratta di questi argomenti e si intitola: “Le donne nel regime fascista” Marsilio ed., prima ed. italiana 1993, di cui consiglio la lettura.

Giovani Italiane. Foto di Vittorio Molinari. (Da: Archivio Vittorio Molinari).
E così si giunse, in pieno regime e dopo il “patto d’acciaio” alla seconda guerra mondiale, con conflitti su base coloniale pregressi ed a venire, e con una popolazione italiana stremata e talmente irregimentata che ogni libertà pareva morta, mentre donne e giovanette diventavano sempre più vedove od orfane.
E Miriam Mafai, nel suo: “Pane nero. Donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale”, descrive molto chiaramente la nuova condizione delle donne, affermando che, già dal primo anno di guerra: «l’autonomia arriva per caso, si introduce nelle ordinate vite domestiche in modo surrettizio, e il più delle volte ha il sapore aspro della necessità. Nessuno l’ha cercata, dopotutto. Nessuno l’ha voluta. Ma all’improvviso ci si trova a dover fronteggiare una situazione del tutto nuova, da sole». (17). Ma per alcune di loro non fu una novità il doversi arrangiare senza uomini, come accadde in Carnia ed alla gran parte di quelle che avevano vissuto pure la prima guerra mondiale.
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Donne nella resistenza: volontarie della libertà.
Poi giunse, dopo l’8 settembre 1943, la resistenza all’ invasore, che vide impegnate in vario modo e titolo donne, pure come partigiane combattenti, ma anche capaci di formare una fitta rete comunicativa e di supporto nella lotta di Liberazione. 35.000 furono le partigiane combattenti, 20.000 le patriote, 70.000 coloro che parteciparono ai neonati “Gruppi di difesa della donna”. (18).
Questi nacquero a Milano nel novembre del 1943, pochi mesi dopo il Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) «con lo scopo di creare un movimento di massa trasversale, cui donne di ogni ceto sociale, fede religiosa e tendenza politica potessero unirsi» a sostenere la lotta partigiana. A firmare l’atto costitutivo furono Giovanna Boccalini, Giulietta Fibbi e Rina Picolato del Partito Comunista; Laura Conti e Lina Merlin del Partito Socialista ed Elena Fischli Dreher e Ada Gobetti del Partito d’Azione. (19).
L’intento fu quello di dar vita ad un’organizzazione unica che si fondasse sul legame sociale che univa tutte le donne nell’ antifascismo e «nella volontà di affermare una nuova dignità femminile», e non fu mai richiesta adesione partitica alcuna ma solo comunione di intenti (20), anche se le donne cattoliche rifiutarono di aderivi.

Donne che partecipano ad un incontro o manifestazione dei “Gruppi di difesa della donna”, scattata, presumibilmente, nel dopoguerra e con le immancabili biciclette. (Da: https://www.uisp.it/bologna/pagina/le-ragazze-del-43-e-la-bicicletta-le-donne-nella-resistenza).
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Ma invero i dati non rendono neppure l’idea di quanto l’elemento femminile fu coinvolto in modi diversi nella Resistenza e nell’ antifascismo, ad incominciare dagli scioperi che videro su vasta scala la componente femminile incrociare le braccia, esasperata dalle condizioni di vita e lavoro.
E dato che il fascismo aveva tentato di escludere le donne da ogni attività extrafamiliare e di riaffermare l’ideale della donna come “angelo del focolare” attraverso la sua propaganda e le organizzazioni di regime, questo aspetto iniziò a creare un “fuoco che covava sotto la cenere” che scatenò la reazione di una parte consistente del mondo femminile. Donne giovani e anziane intellettuali, studentesse e professoresse, ma anche e soprattutto donne provenienti dal popolo, dalle fabbriche, dai campi cominciarono a palesare, seppur più con i fatti che a parole, il loro dissenso verso il regime, dando un grosso contributo alla guerra di liberazione che vedevano pure come liberazione dalle catene sociali loro imposte.
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L’atto costitutivo ed il programma di azione dei Gruppi di Difesa della Donna (GDD).
«Le donne italiane che hanno sempre avversato il fascismo, che della guerra hanno sentito tutto il peso per i lutti, le case distrutte, i sacrifici e le raddoppiate fatiche, non possono rimanere inerti in questo grave momento. L’invasione hitleriana rende insopportabile una vita già tanto difficile; moltiplica le miserie, minaccia nuove stragi. È alle porte un inverno terribile. Nelle città devastate dalla guerra di Hitler e di Mussolini, le case diroccate non hanno riparo, mancano i mezzi per il riscaldamento, i vestiti e le scarpe logore espongono al freddo e alle intemperie. I prezzi salgono vertiginosamente, solo chi può spendere il denaro non guadagnato col lavoro può procurarsi quanto è indispensabile alla vita. I barbari rubano e devastano, depredano e uccidono. Non si può cedere, bisogna lottare per la liberazione.
I combattenti per la libertà si organizzano, conducono la guerriglia, si apprestano a colpire il nemico del nostro paese nei rifugi che ritiene più sicuri. Nella lotta che il popolo italiano conduce per salvarsi dall’estrema rovina e per affrettare la liberazione, per ricostruire il paese esaurito e rovinato dalla guerra fascista, per edificare una società nuova sotto il segno della libertà, dell’amore e del progresso, si schierano, compagne di combattimento, le donne d’Italia. Esse costituiscono i «Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai Combattenti della Libertà».
Donne di ogni ceto sociale: massaie, operaie, impiegate, intellettuali e contadine si raccolgono accomunate dalla necessità di lottare e dall’amore della Patria. Donne di ogni fede religiosa, di ogni tendenza politica, donne senza partito si uniscono per il comune bisogno che ci sia pane, pace e libertà; che i migliori figli d’Italia che impugnano le armi contro il nemico siano incoraggiati e assistiti.
In ogni momento, in ogni quartiere, in ogni fabbrica, ufficio scuola, villaggio, si formano i gruppi e operano attivamente diffondendo fra le donne la persuasione della lotta contro il traditore fascista e contro il tedesco; organizzano nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e nei villaggi la resistenza al tedesco, il sabotaggio della produzione, il rifiuto dei viveri e delle provvigioni, preparano le donne a combattere a fianco dei lavoratori tutti per la liberazione comune; isolano i traditori e i tedeschi, creano intorno a loro ed alle loro famiglie un’atmosfera di odio e di disprezzo in attesa che li colpisca la giusta vendetta del popolo; raccolgono denaro, viveri, indumenti per i combattenti internati in Germania e i prigionieri antifascisti; faranno in modo che la cultura, attraverso il libro e la parola rischiari la via della liberazione, riaffermi il desiderio della lotta e ne insegni i modi e le possibilità, mostri come l’Italia, liberata, potrà diventare davvero la madre degli italiani. (…).
Le donne italiane vogliono: – avere il diritto al lavoro, ma che non sia permesso sottoporle a sforzi che pregiudichino la loro salute e quella dei loro figli. Esse chiedono: – proibizione del lavoro a catena, del lavoro notturno, dell’impiego della donna nelle lavorazioni nocive; – essere pagate, con un salario uguale per un lavoro uguale a quello degli uomini. – delle vacanze sufficienti e l’assistenza nel periodo che precede e segue il parto; – la possibilità di allevare i propri figli, di vederli imparare una professione, di saperli sicuri del proprio avvenire; – partecipare all’istruzione professionale e di non essere adibite nelle fabbriche e negli uffici soltanto ai lavori meno qualificati; – la possibilità di accedere a qualsiasi impiego, all’insegnamento in qualsiasi scuola, unico criterio di scelta, il merito; – partecipare alla vita sociale, nei sindacati, nelle cooperative, nei corpi elettivi locali e nazionali; – l’organizzazione democratica e il controllo di massa sulle istituzioni assistenziali della donna e del bambino, di fabbrica, locali e nazionali. (…)». (21).

Giulia Nassivera, partigiana combattente garibaldina. (Foto da Pierpaolo Lupieri).
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Il ruolo della donna nella resistenza guardando ad un futuro di diritti ed emancipazione.
Dal programma costitutivo dei Gruppi di Difesa della Donna si nota come essi nascessero dalla vita reale delle donne nella zona occupata dai tedeschi e sotto l’egemonia per lo più della Repubblica Sociale Italiana, e ne valorizzasse le doti di assistenza, recupero cibo e vestiario, collette in denaro ed altri compiti, ma il ruolo delle donne nella guerra di Liberazione fu anche quello di partigiane combattenti e staffette, che percorrevano, per lo più in bicicletta, chilometri e chilometri con ogni tempo ed in mezzo a mille pericoli. E donne nascosero ricercati ed alleati, dividendo con loro pure il poco cibo che avevano, prodigandosi anche come infermiere. E così, donne di tutte le età, anche quasi bambine o giovanette ma pure anziane, si sentirono finalmente protagoniste della storia della loro Patria ed elementi importanti nella Liberazione dallo straniero.

Lucia Cella Mira guardando all’estrema destra, Cesira Zagolin all’ estrema sinistra, al centro giovane donna non ancora identificata, tutte e tre partigiane combattenti garibaldine in Carnia ai tempi della Zona Libera Della Carnia e Friuli Occidentale. (Da «Mira» sui monti la libertà» – a cura di Ferruccio Tassin, Circolo Ricreativo Sportivo Filoframmatico, Versa, 2014, p. 27).
Scrivono a p. 17 del loro volume “Volontarie della libertà”, le autrici che, per quanto riguarda la partecipazione femminile alla resistenza ed alla ribellione, essa originò in particolare dall’avversione verso la guerra, ma anche dalla fame, e quindi dal desiderio di pane e pace. Ma a questo aspetto si aggiunse poi la volontà di farla finita con il fascismo, identificato come il responsabile di tanti lutti e rovine (22), e il desiderio di volgere verso una società migliore dove la donna potesse vivere un nuovo protagonismo sociale.
«Singolare è un fatto- disse Alessandro Galante Garrone in un suo discorso- che mi pare d’importanza decisiva: la rapidissima maturazione di molte donne, fino al giorno prima indifferenti o ignare dei grandi problemi politici e sociali, e fattesi d’un tratto, come per miracolosa illuminazione, consapevoli e convinte delle ragioni della lotta che uomini e donne insieme dovevano combattere. Scorgiamo questo fenomeno nelle contadine e operaie, come nelle intellettuali e nelle agiate signore borghesi, nelle giovanissime come nelle anziane». (23). E andando avanti nel loro nuovo percorso, donne singole o gruppi scoprivano altre donne o gruppi di donne che facevano le stesse cose anche sulla base della comune umanità. (24).
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Ed ancora: dopo l’8 settembre, «La parola d’ordine “basta con la guerra” si diffonde con rapidità per tutta la penisola, creando una solidarietà tra donna e donna, tra soldato e soldato e tra le une e gli altri che ha in sé tutti gli elementi necessari a rendere possibile una guerra popolare come quella che seguirà». (25). E saranno donne e giovanette, spesso ripiene di spirito di solidarietà ed aiuto verso chi soffre, a iniziare la loro resistenza nelle stazioni anche di Udine e Pordenone cercando di dare da bere ai militari italiani e di raccogliere i loro biglietti mentre vengono portati in Germania in condizioni disumane chiusi dentro vagoni ferroviari, perché non hanno aderito ai diktat nazisti di passare subito a combattere per il Terzo Reich; ma anche cercando di aiutare i militari sbandati e di sostenere fuggiaschi di diversa nazionalità e dirigenti politici in difficoltà.
«Di fronte a centinaia di migliaia di soldati allo sbando e a rischio di cattura, prende forma immediatamente una operazione spontanea di salvataggio su larga scala in cui primeggiano le donne». Ed esse sono molto utili alla Resistenza perché, soprattutto all’inizio, attirano meno sospetti degli uomini. «Si continua a pensare che siano esseri fragili, inconsapevoli, prive di capacità di giudizio e riesce difficile immaginare che nascondano armi o esplosivo addosso o nel cestino della bicicletta» – scrive Marzia Freni. (26). Ed anche a Pordenone una donna, se non erro Teresina Degan agli esordi della sua vita politica e sociale, così testimoniò: «Mi parve naturale aiutare nella fuga i soldati che, stivati in carri bestiame, passavano per Pordenone per essere condotti in Germania». (27).

Teresina Degan pordenonese, partigiana ed attivista, al centro, mentre ricorda la strage di Portella della Ginestra. (Da: https://www.storiastoriepn.it/teresina-degan-pordenone-11-giugno-1926-4-giugno-2010-prime-idee-per-una-biobibliografia/).
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Nel corso della resistenza, le donne non solo si arruolarono nelle brigate partigiane, assumendo una funzione militare e combattente che non si era mai vista prima in Italia, ma fecero spesso le staffette, passando fra incredibili pericoli e venendo pure, talvolta, catturate, barbaramente torturate in particolare sessualmente, impedendo così loro in futuro di procreare, imprigionate ed anche uccise.
E se vi furono casi di giovani donne che, come Elsa Fazzutti Vera di Forni di Sotto, paese bruciato dai nazifascisti, si unirono alla resistenza per odio verso i nazifascisti, o donne come Lucia Cella Mira che, portando da mangiare al fratello partigiano, venne identificata e segnalata e, non potendo più rientrare a casa, si unì ai partigiani, mille altri furono i motivi pratici od ideali che portarono donne a combattere fra i monti, inseguendo la libertà dagli antichi vincoli e dagli oppressori, guadagnando così, momentaneamente, un nuovo status sociale e ruolo.
Motivazioni di classe, pacifiste, umanitarie, e non sempre a causa di un uomo, fratello, marito o figlio che fosse, spinsero le donne a partecipare o sostenere la resistenza italiana, indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza. E furono le donne a creare sul terreno una rete insostituibile ed allargata di aiuto e sostegno ai partigiani.

Partigiani e partigiane in Carnia ai tempi della Zona libera. All’estrema destra guardando. Mario Candotti Barbatoni, vicino a lui Lucia Cella Mira, accanto a lei ‘la francese’, quindi Cesira Zagolin e partigiana non ancora identificata con certezza. Fra gli accucciati uno pare Andrea Pelizzari, Grifo.
E ci furono allora donne, ragazze e bimbe (inviate dai genitori) nell’ Italia occupata dai nazisti che portarono messaggi e bigliettini da un posto all’altro, macinando chilometri e chilometri, donne che confezionarono abiti per i partigiani, che li nascosero e li sfamarono, donne che globalmente usarono il loro corpo e le loro parti intime o il seno per nascondere qualcosa, o come mezzo di seduzione per distrarre il nemico o carpire informazioni. E usarono spesso inventiva ed astuzia. E furono le donne a dirigere il funerale del ribelle Renato Del Din ed a comperare per lui il luogo ove seppellirlo.
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Donne svolsero un ruolo fondamentale come appoggio alla resistenza anche in Carnia ed i Friuli, anche se non sempre furono inquadrate nel movimento partigiano.
Così scrivevo nel mio: “Per la festa della donna 2021. Storie di donne partigiane” in: www.nonsolocarnia.info: «Donne svolsero un ruolo fondamentale come appoggio alla resistenza, anche se non sempre furono inquadrate nel movimento partigiano.
Vi furono che raccolsero, pure sotto il tiro dei fucili tedeschi, i bigliettini che i militari lasciavano cadere dai vagoni che li portavano in Germania; quelle che dopo l’ 8 settembre fornirono vestiti borghesi ai militari in fuga, come la madre di Giovanni Marzona; vi furono quelle che confezionarono indumenti, come le sarte dell’improvvisata sartoria nella miniera di Cludinico, guidate da Fiorenza Moradei segretaria di Rinaldo Cioni; quelle che cucinarono provvidenziali polente o che portarono, con estenuanti viaggi, cibi ai partigiani e spesso erano madri, sorelle, spose di guerriglieri per la libertà. E vi furono quelle che nascosero ricercati e ricercate, come per esempio Libera Strazzaboschi, donna tutta d’un pezzo di Pesariis, già portatrice carnica e operaia nei cantieri stradali nel corso grande guerra, che per settimane, nel lungo inverno 1944-1945, tenne nascosto in cantina il giovane garibaldino Balilla Nascimbeni, o come Catina, amica di Remo Colman, Volpe, che mise a disposizione dei partigiani del btg. Nassivera la sua stalla a Mione, perché potessero passare lì quei lunghi mesi invernali; che ospitarono partigiani, come per esempio Ida e Gioconda Danelon. E vi furono donne che dettero informazioni a partigiani, passando veloci ed avvolte nei loro scuri scialli, come Rachele Diana in Marchetti, donna timorata di Dio, che sussurrò a Mirko di non proseguire, perché vi erano i cosacchi ad attenderlo. (…).

Da sinistra a destra: Mario Lizzero, Andrea, Fidalma Garosi Gianna, Eugenio Canton, Sergio, alle lor spalle presumibilmente le gemelle Antonietta e Maria Struzzi, appoggiata allo stipite della porta Jole De Cillia Paola e altra partigiana non ancora identificata. (Foto da Archivio Anpi Udine).
“Da rilevare che nel periodo occupazionale – si legge su di una testimonianza firmata da Attilio e Flavio Puntel – ragazze, donne, si recavano, malgrado rappresaglie e pericolosità di ogni genere nel basso Friuli per l’approvvigionamento di grano e frumento, sia a proprio beneficio quanto per le formazioni. Dovettero subire rastrellamenti, (furono) sottoposte ad interrogatori e minacce, subendo pure fermi di giornate”. Poi vi furono le partigiane vere e proprie, i cui compiti vengono definiti da staffetta, cioè da corriere, ma nella realtà molteplici. Alcune erano politicizzate, altre meno o per nulla, e spesso “Arrivarono impreparate, sprovvedute, ma impararono ben presto le leggi della cospirazione […]”.
“La lotta partigiana vide le donne nei GAP e nei SAP, nelle formazioni di pianura e di montagna, nell’ organizzazione di scioperi ed agitazioni pure esclusivamente femminili, nelle carceri e sotto tortura, nella diffusione della stampa clandestina, nelle pericolosissime missioni di collegamento. Le donne furono saldissime maglie di una rete, rischiando più degli uomini […]”. Giravano con biglietti nascosti nella borsa della spesa, tra i seni, in altre parti del corpo o nei vestiti; giovanissime percorsero chilometri e chilometri in bicicletta, sfidando il brutto tempo, i posti di blocco, i pericoli di una rappresaglia, i bombardamenti».
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E, spesso, se catturate dal nemico, le donne pagarono un prezzo più alto degli uomini. Inoltre donne restarono incinte e abortirono per le condizioni di vita o a suon di botte e torture; dovettero lasciare il loro bimbo piccolo a parenti, come Anna De Prato in Pezzetta, o il feto che portavano in corpo fu dilaniato assieme a loro dai nazisti e collaborazionisti.
E soffrirono anche per avere per loro stesse e per la società un domani migliore, attratte pure dalla possibilità di emanciparsi dalla famiglia ed «entrare in un mondo fino ad allora precluso alle donne, per vivere una volta “da uomini”». (28).
Vi fu quindi, allora, una situazione che spinse fortemente la società, in Carnia e nel Friuli rurale ancora molto paternalista e maschilista, a concedere il dovuto riconoscimento alle donne con il voto che fu previsto, nella Zona Libera di Carnia e Friuli, alle capofamiglia: una via di mezzo che però portò una ventata di novità nella società civile.
Infatti si può dire che la maturazione politica delle donne italiane si affermò definitivamente con la Resistenza e nelle vicende, spesso tragiche e sanguinose, della lotta di Liberazione e fu quello il momento in cui esse – anche le più umili – presero coscienza del proprio peso politico, del proprio diritto-dovere di partecipazione, della necessità di non subire più la politica, ma di farla in prima persona» (29).
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Zone Libere ed innovazione. Gisella Floreanini: prima donna ad assumere un ruolo di vertice nel governo delle zone libere.
Le Zone libere rappresentarono un’ anticipazione del rinnovamento della vita politica ed economica dell’ Italia, e quella della Carnia in particolare dette una risposta, con il voto a tutti e per la prima volta in Italia anche alle donne, ma pure e con la presenza delle organizzazioni di massa, alla mentalità italiana fascista che si reggeva su di una cultura particolarmente conservatrice, contraria alla presenza delle donne in politica e sostenuta dalla chiesa cattolica che considerava l’emancipazione femminile dal potere maschile familiare o lavorativo come un’ eresia modernista, socialista e comunista.
E Gisella Floreanini (nome di battaglia Amelia Valli) nata a Milano nel 1906 fu «la prima donna […], tra le tante che parteciparono alla Resistenza, a ricoprire un incarico governativo nella piccola ma straordinaria “Repubblica partigiana” dell’Ossola tra il settembre e l’ottobre 1944. Responsabile dei “Gruppi di difesa della donna” venne chiamata all’incarico di Commissario all’assistenza e ai rapporti con le organizzazioni di massa nel Governo Provvisorio costituitosi nel capoluogo ossolano. Il suo contributo ai famosi “quaranta giorni” di libertà fu enorme, sì che di lei l’intera valle conserva un ricordo quasi mitico. Certo ne divenne pure un simbolo, anche perché, al ritorno dei nazifascisti, fu l’unica componente della Giunta a non riparare in Svizzera.
Dopo un’epica ed estenuante marcia, raggiunse infatti le formazioni garibaldine della Valsesia e con esse, tra il dicembre 1944 e l’aprile del ‘45 continuò la lotta. Proprio in quel periodo venne inviata a Novara come Presidente del Comitato per l’Organizzazione delle Donne. A febbraio fu nominata Presidente del CLN provinciale e in tale veste trattò la resa dei nazifascisti nei giorni dell’insurrezione generale. Per quel ruolo ebbe a dire: “Il CLN di Novara nominò la sottoscritta suo Presidente non in quanto appartenente a un partito, ma in quanto donna, perché rappresentava e il coraggio e la partecipazione di migliaia di donne italiane”.

Gisella Floreanini, partigiana combattente In Ossola qui con Vittorio Della Porta Erba, secondo marito. Prima donna ad avere un posto da ‘Ministro’ nella Zona Libera d’ Ossola. (Da: https://www.lastampa.it/verbano-cusio-ossola/2016/04/25/news/nella-repubblica-partigiana-dell-ossola-la-prima-donna-ministro-in-italia-1.35018082/).
Alla fine del conflitto, nel 1946 fu nominata componente la Consulta Nazionale e, successivamente, venne eletta deputata al Parlamento per il collegio di Novara-Torino-Vercelli, sia nel 1948 che nel 1953. Nel 1958 non si ricandidò, ma continuò la sua azione politica come membro della Federazione del Pci di Novara e come consigliera comunale sia a Novara che a Domodossola.
Dal 1959 al 1963 fu membro della segreteria della Federazione Internazionale della Donna a Berlino e nel 1965 divenne dirigente dell’Udi e dell’Anpi. Dal 1963 al 1968 è stata anche consigliera comunale a Milano. Non smise mai di lottare e impegnarsi per i diritti delle donne sino alla morte giunta improvvisa, per arresto cardiaco nel 1993». (30).
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Zona Libera di Carnia e ruolo della donna.
Ho riportato questo lungo contesto da una parte per far presente come le donne ragazze e persino bambine ebbero un ruolo nella resistenza che differiva totalmente da quanto voluto dal patriarcato, dalla chiesa, dal fascismo, dall’ altro per far comprendere che il voto alle donne capofamiglia non sorse dal nulla, in una Carnia dove le donne avevano dovuto spesso arrangiarsi da sole.
Ma ripercorriamo insieme il contesto in cui l’esperienza della Zona Libera di Carnia e Friuli Occidentale ebbe luogo. Dall’ 1 all’8 marzo 1944, nelle città industriali del Nordi si svolse un grandissimo sciopero che fu citato anche da radio Londra. Il 4 giugno 1944 le truppe americane entrarono a Roma, il 6 giugno 1944 avvenne lo sbarco in Normandia, il 25 agosto 1944 Parigi era libera. Ma, successivamente, l’avanzata degli Alleati subì un rallentamento sia a causa della inaspettata efficienza della resistenza tedesca, sia a causa di una crescente scarsità di rifornimenti e di uomini.
Comunque nel giugno – luglio 1944, con l’Italia del centro sud sotto controllo alleato, ci si illudeva che la liberazione di tutta l’Italia fosse vicina. Così il CLNAI (Comitato di Liberazione Alta Italia) ed il neonato CVL (Corpo Volontari della Libertà) emanarono disposizioni circa la liberazione di paesi e vallate e la creazione di organismi provvisori di governo. (31).

La sede del governo della Zona libera ad Ampezzo. (Da: Giannino Angeli, Natalino Candotti, op. cit. (Immagine posta nel capitoletto ‘Illustriazioni’ assieme ad altre, in pagina non numerata ma corrispondente a p. 171, fra p. 164 e p. 184)
Tra le zone liberate dalla tarda primavera 1944 ricordo brevemente: in Emilia quelle di Bobbio, della Val Ceno, dell’alta Val Taro, della Val d’Enza e val Parma, di Montefiorino; in Piemonte quelle della Val Sesia, della val Maira, della Val Varaita, delle Valli di Lanzo, delle Langhe, dell’ Alto Monferrato, dell’ Alto Tortonese, d’ Alba e d’Ossola; in Liguria quelle di Pigna, Torriglia, Imperia; in Lombardia quella di Varzi; in Veneto quella del Cansiglio; in Friuli quelle della Carnia e Friuli Occidentale e del Friuli Orientale. (32).
La zona libera della Carnia e del Friuli Occidentale, nella sua massima espansione, comprendeva i comuni carnici di 1- Ampezzo, 2 – Arta Terme il cui comune, allora, comprendeva anche Zuglio, 3 – Cavazzo Carnico, 4 – Cercivento, 5 – Comeglians, 6 – Enemonzo che comprendeva allora anche l’attuale comune di Preone, 7- Forni Avoltri, 8 – Forni di Sopra, 9 – Forni di Sotto, 10- Lauco, 11- Ligosullo, 12 – Ovaro, 13- Paluzza, 14- Paularo, 15- Prato Carnico, 16 – Ravascletto, 17 – Raveo, 18 – Rigolato, 19- Sauris, 20- Socchieve, 21- Sutrio, 22- Treppo Carnico, 23- Verzegnis, 24- Villa Santina;
Due comuni della Val del Lago: Bordano, Trasaghis.
Tredici comuni allora in provincia di Udine ora facenti parte del pordenonese: 1- Andreis, 2 – Barcis, 3 – Cimolais, 4- Claut, 5 – Clauzetto, 6 – Erto e Casso, 7 – Forgaria nel Friuli, 8 – Frisanco, 9 – Meduno, 10- Tramonti di Sopra, 11- Tramonti di Sotto, 12 – Vito d’Asio.
Poi ci furono dei comuni parzialmente liberati come in Carnia: Tolmezzo (le frazioni ma non il capoluogo) ed Amaro. E nell’alto Friuli fu liberato Moggio Udinese; mentre nell’ attuale pordenonese vennero quasi interamente liberati Castelnuovo e Meduno e solo parzialmente Cavasso Nuovo e Travesio. Sappada e Lorenzago seguirono alterne fortune e furono liberate solo negli ultimi giorni della Zona Libera. (33).
Però non si capisce una cosa: come mai Angeli e Candotti, dal cui volume ho tratto queste informazioni, pubblichino poi il verbale della riunione preparatoria per la costituzione del C.L.N. Zona Libera tenutasi ad Ampezzo a cui parteciparono sia il C.L.N. carnico che quelli di Maniago e Spilimbergo, come fossero stati liberati anche questi ultimi due comuni e si parli di un unico rappresentante per la zona di Carnia e lo Spilimberghese. (34).

Cartina Della Zona Libera di Carnia e del Friuli Occidentale. Da Giannino Angeli, Natalino Candotti, Carnia Libera. La Repubblica partigiana del Friuli (estate autunno 1944), Del Bianco ed. 1971, pagine non numerate, fra p.79 e p.80.
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Nella Zona Libera della Carnia e del Friuli, man mano che i comuni venivano liberati, vennero elette, con il voto anche delle donne capo-famiglia, le giunte comunali popolari con funzioni amministrative, che andarono a sostituire i podestà decaduti, mentre i compiti politici venivano assunti dai CLN comunali. Quindi i loro presidenti diedero origine ai CL.N. di vallata. Questi vennero sciolti all’ atto della creazione dell’unico CLN Zona Libera (CLNZL) della Carnia e dello Spilimberghese e di Maniago, formato da 1 rappresentante per i partiti facenti parte dei CLNAI: D.C., P.C.I., P.L.I., P.S.I. e P.d’A., e di cui fecero parte, con funzione deliberativa solo in materia di competenza, anche i rappresentanti delle organizzazioni di massa e cioè: i Gruppi di Difesa della Donna; il Fronte della Gioventù, il Comitato Contadini, le Organizzazioni operaie, mentre i rappresentanti delle formazioni partigiane: Mario Lizzero per la Garibaldi e Romano Marchetti per l’Osoppo ebbero solo un ruolo di garanti. E la Zona Libera della Carnia e del Friuli fu l’unica che riuscì a creare una struttura politico amministrativa che giunse sino ad un governo unico che partiva dal basso, creazione favorita anche dalla circolare del C.L.N.A.I. che invitava gli organi periferici, provinciali e regionali, ad assumere ovunque il potere politico ed ad esercitarlo in pienezza. (35).
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Da che si sa e si legge, le organizzazioni di massa vennero viste con grande sospetto in Friuli dal CLN provinciale costituitosi in un territorio a forte componente rurale dove democristiani ed altri facevano ancora fatica, piombati da anni di fascismo alla resistenza, ad accettare il protagonismo attivo dei giovani, delle donne, dei lavoratori in agricoltura e nelle fabbriche e la vita politica del paese.
In Provincia di Udine, le organizzazioni di massa furono create e sostenute in particolare dal Partito Comunista ed il C.L.N. P. di Udine le riconobbe ufficialmente nel luglio 1944, limitandosi però ad accogliere con la dovuta considerazione le loro proposte ed i loro suggerimenti, ma di fatto affidando loro solo «funzioni consultive, non deliberative» (36), mentre le donne cattoliche e democristiane vennero invitate dalla Dc, dai cattolici e dai preti a non aderirvi.
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E per chiarire la mentalità che ancora era presente in Friuli all’epoca della Zona Libera, relativamente alle donne che partecipavano alla resistenza come partigiane combattenti, bisogna ricordare che il Parroco di Puia di Prata di Pordenone era giunto sino a dire che se si fossero veramente desiderati la grandezza della Patria e il risanamento del popolo, ci si sarebbe dovuti augurare che le donne partigiane fossero eliminate. Infatti sarebbe stato impossibile che “queste figlie del peccato” fossero riuscite a riabilitarsi ed a diventare spose fedeli, buone cristiane e madri esemplari. (37). E dietro queste parole covava il pregiudizio di molti che le vedeva come delle prostitute, condividendo la vita con più uomini, con militari, al di fuori del loro ruolo tradizionale. Inoltre ‘Anselmo’ della Osoppo deprecava, in una relazione sulla Carnia forse datata estate-autunno 1944 e quindi sempre ai tempi della Zona Libera «l’ingresso della donna nella vita politica perché “moralmente più tarata dell’uomo”» (38). E nessun partito incoraggiò apertamente la partecipazione delle donne alla lotta armata, per non esporre le stesse a dubbi, diffidenze e perplessità di ordine morale. (39).
E se tutti i rappresentanti dei partiti presenti nel C.L.N.P. di Udine appoggiarono l’attività di collegamento, aiuto, ospitalità, sostegno anche sanitario infermieristico che l’elemento femminile stava dando alla resistenza, compiti che però rientravano fra quelli attribuiti al ruolo tradizionale femminile (40) forse solo il Partito Comunista sostenne il valore dell’azione partigiana delle giovani combattenti anche inquadrate nei Gap o Sap.

Articolo “Donne garIbaldine” (Da : “Il Garibaldino” anno II, N.2, 19 giugno 1945. Ho riportato pure lo stesso su www.nonsolocarnia.info nel mio: “Donne e mimose”).
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Ma per ritornare alle organizzazioni di massa pure presenti nella C.L.N.Z.L., ribadisco nuovamente che la chiesa, la D.C. e parte della popolazione oltre quella collaborazionista vedevano le organizzazioni di massa come realizzazioni improntate allo spirito comunista jugoslavo e sovietico, come del resto i tribunali del popolo che videro solo teoricamente la luce anche nella Zona libera della Carnia e del Friuli.
Ed anche in quest’ ultima le organizzazioni di massa non ottennero mai pieno riconoscimento in quanto potevano avere solo ruolo propositivo in generale e deliberativo unicamente relativamente ai problemi inerenti alla loro attività, venendo escluse dalle scelte più importanti, che restavano in mano ai meri partiti. Ma anche questa fu una scelta: quella di privilegiare un governo di rappresentanti di partiti venuti da fuori piuttosto che di personaggi locali del popolo delle valli, che invece si ritrovavano nelle organizzazioni di massa.
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E sul verbale della Ia seduta del Comitato di Liberazione Nazionale Zona Libera datato 26 settembre 1944 si legge che proprio il rappresentante del Partito della Democrazia Cristiana aveva insistito per l’esclusione dei rappresentanti delle organizzazioni di massa dal C.L.N., perché il numero dei componenti il Comitato stesso sarebbero diventati troppi ma soprattutto perché non riteneva che le organizzazioni di massa avessero raggiunto una adeguata maturità politica, mentre il P.C.I. si trovava sulla posizione opposta. Ed infine, dopo lunga discussione, venne deliberato, come già scritto, che venissero ammessi al C.L.N. i rappresentanti delle organizzazioni di massa, i quali però avrebbero avuto voto deliberativo solo nei problemi inerenti la loro attività (41).
Del resto il P.C.I. non aveva fatto altro che sostenere la proposta della Garibaldi Friuli che, nella circolare n.1 datata 29 agosto 1944, aveva richiesto che le organizzazioni di massa partecipassero a pieno titolo al C.L.N. (42). Comunque i rappresentati delle Organizzazioni di massa firmarono, assieme ai rappresentati dei partiti che sedevano nel C.L.N.Z.L. il manifesto dello stesso ai cittadini, guadagnando certamente visibilità. (43). E non dobbiamo nascondere il fatto che anche la partecipazione dei Gruppi difesa della donna al C.L.N.Z.L. e il loro essere riconosciuti sul territorio carnico, fu una grossa conquista per le donne.
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A fine settembre 1944, in Carnia risultavano formati 6 gruppi di difesa della donna in Val Tagliamento; 2 in Val Degano con la Val Pesarina; 3 nella Val del Lago ma nessuno realizzato nella Valle del But. (44). Ma bisogna ricordare che la Val Tagliamento aveva una presenza preponderante della Garibaldi, la Val But della Osoppo, il che è abbastanza emblematico anche in questo caso.
Per quanto riguarda la Carnia e la Val Tagliamento, una delle rappresentanti dei Gruppi di Difesa della donna fu Elsa Fazzutti, Vera, (45) un’altra fu Liduina Tavosanis, Anita, proprietaria di un’osteria a Quinis di Enemonzo suo paese che, secondo Romano Marchetti, rappresentò le donne d’Italia nella Zona Libera di Carnia e dell’Alto Friuli e che faceva l’informatrice e passa -ordini alle dipendenze dell’intendenza garibaldina che aveva sede ad Enemonzo. (46).
Però mi sento di dire che le innovazioni politiche all’ interno della Zona libera della Carnia e dell’Alto Friuli non nacquero dal protagonismo e dalla volontà di parte delle donne carniche, ma dal disegno che rappresentanti del Pci e della Garibaldi avevano assorbito da esperienze altrui.

Elsa Fazzutti Vera di Forni di Sotto prima di diventare partigiana con dei bambini forse in una colonia elioterapica. (Forse da Erminio Polo).
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Elezione dei C.L.N. comunali e voto alle donne capofamiglia nella Zona Libera di Carnia e dell’Alto Friuli.
Credo che sia oltremodo corretto, come fa Chiara Fragiacomo, definire la situazione di governo familiare della Carnia, dal 1500 in poi come un «governo matriarcale in assenza del patriarca» (47) almeno per la gran parte dell’anno. Però non si creda che le donne, tranne rare eccezioni, potessero considerarsi pari agli uomini: c’era sempre qualche maschio di famiglia a controllare il loro operato e se proprio non c’era, c’era il prete che tutto controllava, e se non c’era il prete, c’ erano le beghine del paese o qualcun altro, per esempio qualche maschio che si sentiva superiore a qualsiasi donna.
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Preponderante fu il controllo della chiesa e della Osoppo conservatrice e democristiana su cosa si andava facendo nella Zona libera di Carnia e Friuli Occidentale, attraverso don Aldo Moretti Lino. Ed emblematicamente, a due passi dal prendere vita il governo della Zona Libera in forma ufficiale, si presentò ad Ampezzo pure Giovanni Battista Carron, Vico, quello che poi terrà i contatti con i tedeschi in particolare con Ludolf-Jacob von Alvensleben (48), che convocò la popolazione presso il cinema locale ad ascoltare un suo lungo comizio o discorso, che si può immaginare di che tenore fosse stato se don Lino scrisse che si era ascoltata finalmente allora, nella capitale della Z.L. «la prima voce di libertà dopo il terrore rosso» (49), che però indica in modo preciso la mentalità di detto prete e i termini su cui la D.C. improntava già allora la sua propaganda conservatrice.
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La partecipazione attiva e femminile alla resistenza fu spontanea, ma altra cosa fu concedere alle donne una qualche forma di parificazione istituzionale rispetto ai maschi. Il P. C.I. chiedeva il voto per tutte le donne ed Ostelio Modesti, della Federazione Comunista di Udine, scrisse a Gino Beltrame, Emilio, rappresentante del partito nel CLNZL, proprio il 26 settembre 1944, che bisognava che alle elezioni, da allora in poi, partecipasse tutta la gioventù e partecipassero tutte le donne, perché limitare il diritto di voto ai capifamiglia «è un sistema antidemocratico, un sistema patriarcale in decadenza un sistema che chiude le porte alla gioventù e alle donne. Un sistema che può andar bene al massimo per certi strati conservatori dei partiti nostri amici» (50). Ma non era cosa facile a realizzarsi, come abbiamo visto, nella società di allora.

Cecilia Deganutti Rita o Giovanna d’ Arco, partigiana osovana. (Foto da: https://it.wikipedia.org/wiki/Cecilia_Deganutti).
Quindi da quello che si sa e che mi ha pure narrato Romano Marchetti nella realtà si riuscì a garantire il voto alle donne capifamiglia nell’ elezione dei C.L.N. comunali sostitutivi dei podestà, ormai decaduti, come si legge anche sul volume di Giannino Angeli e Natalino Candotti. (51). E, da quanto deliberato dal comune di Sauris per l’elezione del Comitato del paese, si viene a sapere che il diritto di voto fu dato a ciascun capo famiglia e «per desiderio anche degli intervenuti alle donne che avessero funzioni di capo-famiglia per avere il marito internato o prigioniero o defunto» (52). Infatti in questo modo si garantiva che ogni ‘fuoco’, ogni gruppo familiare potesse esprimere il suo parere.
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Comunque il voto ed il voto alle donne per la nomina dei C.L.N. nei comuni della Z.L., dopo 20 anni di fascismo, fu aspetto importantissimo e rappresentò certamente un passo avanti dall’ Unità d’Italia, quando ogni voto femminile era stato soppresso nella penisola. E si riprese, per certi versi ma in modo più contratto, quanto già avveniva nel granducato di Toscana e in Veneto prima dell’Unità, dove le donne partecipavano alle elezioni politiche locali ma non potevano essere elette. Solo che nella Zona Libera detto diritto veniva concesso solo a poche donne onde permettere che ogni nucleo familiare potesse partecipare al voto.
Però allora le donne dovevano pensare primieramente al pane, a salvaguardare i figli e le figlie ed a salvarsi la pelle e la casa in un periodo così buio. Pensate solo quanto rischiarono in Carnia di essere stuprate dai cosacchi, cosa regolarmente accaduta solo difficilmente quantificabile, da qualche militare nazista ubriaco, da qualche collaborazionista. (53).
Ma il voto alle capofamiglia fu letta sempre come una conquista anticipatrice del voto alle donne, che fu concesso a tutte per la prima volta il 31 gennaio del 1945 dal Consiglio dei Ministri presieduto da Ivanoe Bonomi con il Decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n. 23. Ma esso non permetteva ancora alle donne di essere elette, possibilità che venne riconosciuta solo nel dopoguerra con il decreto 74 del 10 marzo 1946 (54) che permise alle donne di votare alle elezioni amministrative ed al referendum fra monarchia e repubblica ma anche di candidarsi.
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«In quello stesso giorno in alcuni comuni italiani si svolsero le elezioni amministrative, le prime consultazioni in cui votarono anche le donne. Furono elette due sindache: Ada Natali a Massa Fermana (Fermo) e Ninetta Bartoli a Borutta (Sassari). La prima volta in cui tutte le italiane ebbero la possibilità di recarsi alle urne fu invece in occasione del referendum istituzionale monarchia-repubblica e delle elezioni per l’Assemblea costituente, il 2 giugno 1946» (55), dove sedettero le prime parlamentari dello stato italiano: 9 della Dc, 9 del Pci, 2 del Psiup e 1 di “L’Uomo qualunque. (56). Esse rappresentarono una svolta importantissima nella vita civile della Nazione, ma furono comunque una rappresentanza davvero minoritaria rispetto agli uomini. Infatti furono 21 mentre i maschi 556. Però pur essendo «Molto diverse tra loro per età, cultura ed esperienze politiche, le prime donne elette seppero dare voce comune nell’ambito dell’elaborazione della Carta costituzionale alle legittime aspirazioni di emancipazione delle donne italiane». (57).

Donne alla Costituente. (Da: https://paolaandreoni61.wordpress.com/2018/05/30/festa-della-repubblica-le-21-donne-alla-costituente-italiana).
Nessuna donna a rappresentare il Fvg, e questa la dice lunga sulla nostra regione, 2 invece rappresentarono il Veneto: Angelina detta Lina Merlin e Maria Maddalena Rossi di Pavia però eletta in Veneto.
L’articolo 51 della Costituzione italiana sancì, al prima comma, anche l’eleggibilità delle donne a cariche politiche, anche se la sua approvazione fu molto sofferta: «Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge». E questa rappresentò davvero una grande conquista femminile. Ma quando si trattò di permettere alle donne di entrare in magistratura, l’onorevole Carlo Molè, democristiano, si oppose dicendo che: «Da studi specifici sulla funzione intellettuale in rapporto alle necessità fisiologiche dell’uomo e della donna risultano certe diversità, specialmente in determinati periodi della vita femminile», posizione sembra condivisa anche da altri. (58). E solo con la legge 27 dicembre 1956 n. 1441 fu permesso alle donne di far parte dei collegi di corte di assise, con la precisazione che almeno tre giudici dovessero essere uomini. La legittimità costituzionale di tale disposizione fu riconosciuta dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 56 del 1958, nella quale si affermò che ben poteva la legge “tener conto, nell’ interesse dei pubblici servizi, delle differenti attitudini proprie degli appartenenti a ciascun sesso, purché non fosse infranto il canone fondamentale dell’eguaglianza giuridica” (59).
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Art. 51 della Costituzione italiana. (Da: https://www.slideshare.net/slideshow/analisi-dell-articolo-51/10309204).
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A Tolmezzo la prima donna ad essere eletta fu la socialista Maria Bonuzzi, docente e poi preside, che entrò in comune come consigliera di minoranza nel 1951. Nel 1956 fu eletta sempre alle amministrative tolmezzine Cornelia Vidoni e quindi, sempre in comune a Tolmezzo, Lucia Giudice, democristiana. Ancora peggiore la situazione in Carnia, dove molti ancora credevano al pericolo rosso e fomentavano, in particolare nelle povere donne, l’odio per socialismo, comunismo e qualsiasi innovazione. Non conosco la situazione di Pordenone e dei territori circostanti che fino al 1° marzo 1968 fecero parte della provincia di Udine.
Bisogna inoltre dire che le donne, spesso giovani, che lavoravano in fabbrica, come tante a Pordenone, erano più autonome di quelle che vivevano, in un modo o l’altro, di allevamento, agricoltura e di miseria e avendo imparato l’arte di ‘arrampicarsi sui vetri’ per sopravvivere, che avevano avuto la possibilità di aderire a scioperi, che erano abituate a scegliere e decidere … anche se, quando rientravano a casa si ritrovavano spesso in altra situazione. E in Friuli, come nel resto d’ Italia, furono i ceti meno abbienti a dare il maggior contributo alla resistenza, insieme a ex – Militari o a giovani che i militari non lo volevano fare per l’occupante nazista, che aveva imposto la leva obbligatoria o per i fascisti collaborazionisti.
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Poi nel dopoguerra …
Rientrano a casa le donne che erano state a combattere sui monti e il protagonismo delle altre, di coloro che avevano sostenuto la resistenza sul terreno, è finito: ed esse si ritrovano spesso con il diritto di voto ma pure con un ritorno alla quotidianità della sottomissione all’ uomo di famiglia e alla preclusione di ogni anelito di libertà. E se prima esse furono viste dai partigiani come coloro che «si recavano, malgrado rappresaglie e pericolosità di ogni genere nel basso Friuli per l’approvvigionamento di grano e frumento, sia a proprio beneficio quanto per le formazioni; che avevano dovuto subire rastrellamenti, che erano state sottoposte ad interrogatori e minacce, subendo pure fermi di giornate, ma anche come «partigiane vere e proprie, alcune politicizzate, altre meno o per nulla, e se spesso «Arrivarono impreparate, sprovvedute, ma impararono ben presto le leggi della cospirazione», e se è vero che: la lotta partigiana vide le donne nei GAP e nei SAP, nelle formazioni di pianura e di montagna, nell’ organizzazione di scioperi ed agitazioni pure esclusivamente femminili, nelle carceri e sotto tortura, nella diffusione della stampa clandestina, nelle pericolosissime missioni di collegamento, saldissime maglie di una rete, rischiando più degli uomini (60), poi, rientrate a casa in particolare quelle che abitavano in piccoli paesi persero gran parte della loro libertà ricacciate nel ruolo tradizionale e cercando di far dimenticare di esser state partigiane combattenti, considerate socialmente quasi mezze prostitute, rinunciando pure ad indossare comodi pantaloni, come aveva fatto, per esempio, la giovanissima Esterina Rupil Wanda, poi sposatasi con il partigiano Guido Maieron Pompeo.

La partigiana Esterina Rupil Wanda, partigiana combattente garibaldina di Paluzza. (Foto dal figlio Aulo Maieron).
Il tipo di mentalità che partigiane combattenti avrebbero dovuto affrontare al loro rientro in particolare in piccoli paesi ed anche a causa di certo bigottismo cattolico e non solo, fu ben rappresentato in un articolo di “Il Garibaldino” del 27 giugno 1945, intitolato, appunto: “Donne Garibaldine” di cui ho riportato sopra l’immagine «Ci è accaduto talvolta di sentire i commenti del pubblico rivolti alle nostre compagne […]. I commenti non erano benevoli erano anzi piuttosto acerbi e intesi a qualificare come ‘immorale’ la posizione di queste nostre meravigliose compagne […]. Noi invece le ammiriamo e sentiamo il bisogno di esprimere ben forte questa nostra ammirazione. (…). Coloro che si battono per una causa, non hanno tempo, o signorine di cosiddetta buona famiglia, di pensare alle svenevolezze da salotto […]. Noi siamo invece certi che queste nostre compagne, deposti i segni garibaldini, saranno nelle loro famiglie, sorelle e spose esemplari […].»
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E così raccontò Lida Lepre partigiana gappista con il marito: finita la guerra «mi sono iscritta al Partito Comunista, ho organizzato il gruppo dell’U.D.I. e volevo anche candidarmi per le elezioni comunali, ma mio marito non ha voluto, non mi ha lasciato iscrivere alle liste elettorali» ed è andato a finire che non mi sono iscritta neppure all’A.N.P.I. (61).
Alcune partigiane, poi, furono cancellate dalla storia per un motivo o l’altro e sono riemerse solo grazie a racconti di qualcuno neppure loro parente, come per esempio Teresa Vincentini, nome di battaglia Teresina, di Chiusaforte, partigiana nella Garibaldi Carnia, di cui ben poco si sa, tranne che morì nel 1946 a causa di una malattia contratta in guerra, poco tempo dopo la morte della sua bambina (62), o come Derna Vattolo, nome di battaglia Ivana, nata a Molinis di Tarcento il 17/9/1913, partigiana combattente dal 3/5/1944 al 24/6/1945 presso il Comando della Divisione Garibaldi Picelli-Tagliamento. (63).
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E termino con la storia di Gisella De Crignis in Baracetti, carnica come Elsa Fazzutti ed altre, comunista e moglie di un comunista.
Emblematica la storia di Gisella De Crignis in Baracetti di Attilio e Samassi Carmela, nata a Ravascletto il 5 dicembre 1921, partigiana garibaldina. Di famiglia non povera, prese il diploma di maestra di scuola elementare presso l’Istituto Magistrale di Tolmezzo e quindi iniziò ad insegnare presumibilmente nel 1938, e pare che uno dei suoi primi incarichi fosse stato a Sauris.
Da ragazza, si trasferì, per frequentare l’Istituto Magistrale, a Tolmezzo in collegio, dove subì ingiustizie perché di famiglia non agiata. Ma anche di fronte a critiche per la sua scelta di studiare, fu sempre sostenuta e difesa dal nonno paterno, Giovanni de Crignis e pure quando, diventata antifascista, finì in prigione dopo l’incontro con un ufficiale dell’esercito, presumibilmente Francesco De Gregori, e Amadio de Stalis, che spesso frequentava. In quell’occasione il nonno la accolse, all’ uscita dalla galera, con un “benvenuta” che mise a tacere ogni voce critica, in particolare quella del prete, che si era precipitato in casa. Giovanni de Crignis era uomo di idee aperte, ed era stato in Germania per lavoro ai tempi di Rosa Luxemburg, e pare avesse portato in Carnia, dall’estero, alcune innovazioni tecniche.

Gisella De Crignis in Baracetti, partigiana combattente garibaldina. (Foto dal manifesto di necrologio).
Antifascista e comunista, Gisella aderì, fin dal suo sorgere, alla resistenza, entrando nelle formazioni garibaldine, con il nome di battaglia ‘Emma’. Alla fine del conflitto, essendo membro del P.C.I., fu per un periodo direttrice di: ‘La Donna friulana. Organo dell’Unione donne italiane per la provincia di Udine’. Ed uno dei suoi sogni era proprio quello di fare la giornalista, studiando ad Urbino, e fece pure parte del direttivo della sezione U.d.i. friulana sin dal suo sorgere il 17 novembre 1945.
Il direttivo era composto da Natalia Beltrame segretaria, Gisella Baracetti stampa e propaganda, Olimpia Fola organizzazione, Ines Tonutti amministrazione, Anita Romanutti, Casati Luigia, Gabriella Mazzocca amministrazione, Nedda Di Giorgio, Eva Ciriani, Lucia Basaldella assistenza. Parteciparono al settore anche Gina Fortuna, Lucia Cescutti, Vittoria Pavan. Il CLN, finchè fu in vita, fu rappresentato da Rosina Cantoni.
Gisella però non riuscì a realizzare il suo sogno anche perché si sposò con Renato Baracetti, fratello di Arnaldo, conosciuto nella resistenza e facente parte del gruppo comando friulano della Garibaldi, e si trasferì ad Udine. Quindi, per esigenze familiari, lasciò l’insegnamento e si mise a fare la segretaria del marito, che aveva mi pare un’autoscuola. Donna coerente con le sue idee, lasciò il P.C.I. nel 1956, dopo i fatti di Ungheria, disgustata da quanto accaduto. Visse in comune di Udine per il resto della vita, e morì nella città friulana nel 2017. Da questa storia veniamo a sapere che una giovane carnica, intelligente, capace, piena di sogni e impegnata nell’ U.D.I e nel periodico “Noi donne”, dovette pure lei piegare i suoi desideri e il suo spirito di libertà all’essere madre, sposa e segretaria. (64).
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La donna fra pari opportunità e la sindrome dell’Ape regina.
E veniamo velocemente all’oggi. Se si parla ora di parità di genere, ricordo pure che da un po’ di tempo si parla anche di “sindrome dell’Ape Regina”, concetto psicologico afferente a donne che manifestano personalità che cercano di assumere un controllo dominante e coercitivo sugli altri all’interno di un gruppo, copiando cosa vi è di peggiore nel comportamento maschile e pensando, così, di poter conquistare rispetto sociale in particolare se hanno raggiunto i vertici del potere politico, economico ed amministrativo, sacrificando pure alla posizione sociale la vita personale. Un’ esempio è presente nel film interessante anche se ritenuto una commedia leggera: “Il diavolo veste Pravda”, di David Frankel, dove una bravissima Meryl Streep interpreta la donna considerata di successo che ha quindi sposato i principi della società che si regge sulla finanza.
«Il termine “ape regina” è spesso usato in senso dispregiativo e si applica in alcuni casi alle donne che hanno una posizione sociale in settori tradizionalmente dominati dagli uomini. Queste donne spesso assumono tratti “maschili” e prendono le distanze dalle altre donne sul posto di lavoro pur di emergere. Possono anche vedere o trattare le donne subordinate in modo più critico e rifiutarsi di aiutare altre donne a salire di grado come forma di autoconservazione. (65).
La prima volta che sentì parlare di detta tipologia di comportamento, che pescava dal peggior maschilismo attuato da una donna in politica, fu in relazione a Condoleezza Rice, segretario degli Usa dal 2005 al 2009. Ma credo che ora gli esempi potrebbero moltiplicarsi.
D ‘altro lato modelli attuati nella società odierna pare replichino modelli sociali spesso più vicini all’ ideologia nazista e fascista che altro, pongono un marcato accento sull’individualismo e sul possedere in primo luogo. Ed ecco, allora, anche la donna diventare un possesso personale per molti di qualsiasi ceto sociale, uno strumento di piacere da usa e getta, che deve piegarsi al volere soggettivo di chi vive o lavora con lei, fino al femminicidio a cui non ci si deve abituare mai, che ha dietro di sé il concetto: “Tu sei mia!!!!”, accompagnato da: “Io posso fare quel che voglio” che fa ritornare indietro nella morale e nella parità di diritti e di genere.
Pertanto ora come ora più che mai si impone una riflessione sui valori umani, prima di tutto e sui diritti dell’uomo e del cittadino in un contesto democratico quando viviamo in un’epoca dominata dal potere illimitato di Netanyahu e della gran parte degli abitanti di Israele che hanno perso ogni credibilità, onore, umanità, trasformandosi in bestiali assassini e di Trump che vorrebbe obbligare il variegato popolo americano a seguire il suo altalenante pensiero personale. Ed è anche il tempo di ricordare gli insegnamenti di Gesù di Nazareth per chi crede: «Ama il tuo prossimo come te stesso», e «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» che è poi un modo simile per ricordare quanto trasmesso in tutte le antiche religioni: «Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso».Ma è anche il tempo di riprendere in mano i principi dell’Illuminismo e della rivoluzione francese: «libertà, uguaglianza, fraternità».
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E con questa riflessione chiudo qui la mia relazione invitandovi a cercare ancora informazioni sul popolo femminile in cammino alla ricerca di rompere le catene. Per esempio quali furono le donne ad entrare in politica dopo il 1946 nei comuni del pordenonese e nella città? E quali furono partigiane? Traccia di donne partigiane pordenonesi si trovano anche in “Le partigiane del Friuli Venezia Giulia negli archivi dell’ANPI. In: https://www.anpiregionalefvg.it/le-partigiane-del-friuli-venezia-giulia/. Ma due fra tutte due conosciamo bene: una è Teresina Degan (66) l’altra Viginia Tonelli di Castelnuovo, catturata, torturata, sparita nella Risiera di San Saba a cui è dedicato pure un volumetto di Ines Domenicali intitolato: “Oscura parlò, convinse, lottò” Virginia Tonelli Medaglia d’oro della Resistenza friulana”, Il Poligrafo, 2000, ricordata con musiche a brani anche il 28 maggio presso la Casa del popolo di Torre. E così chiudo questo mio testo, ringraziando ancora una volta S.P.I. CGIL Pordenone e gli organizzatori dell’ evento.
Laura Matelda Puppini
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Note.
- 8 marzo 2025. Donne: dalla sottomissione alle suffragette, sperando di non tornare indietro. In: nonsolocarnia.info.
- Ibidem.
- https://it.wikipedia.org/wiki/Suffragio_femminile_in_Italia
- Ibidem.
- Per la Carta di Libertà del Carnaro, cfr. http://www.dircost.unito.it/cs/docs/carnaro1920.htm, in particolare articolo 12 per il vot alle donne.
- Romano Marchetti – a cura di Laura Matelda Puppini – Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona. Una vita in viaggio nel ‘900 italiano, IFSML e Kappa Vu, 2013, per ‘Chei da Blancja’ e per ‘Chei di Tranquilla’ vedi p. 344; per ‘Chei di Beta’ vedi p. 345, per ‘Chei di Menia’ vedi p. 14 e p. 345.
- https://it.wikipedia.org/wiki/Corsi_Bestu%C5%BEev.
- wikipedia.org/wiki/Condizione_della_donna_in_Russia.
- Ibidem.
- https://it.wikipedia.org/wiki/Donne_nell%27Armata_Rossa.
- Vittorio Filippi, Balcani: Il ruolo della donna in Jugoslavia, dalla lotta partigiana al turbofolk, in East Journal il 10 gennaio 2020.
- Ibidem.
- Ibidem.
- Ibidem.
- Cfr. pure la grande manifestazione tenutasi A Villa Santina il 28 febbraio 1915, a cui parteciparono anche donne provenienti dai paesi circostanti, dalla Val Pesarina e dall’ altopiano di Lauco, in: Laura Matelda Puppini, O Gorizia tu sei maledetta. Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, e non solo, la Prima Guerra Mondiale, detta “la Grande Guerra”, A. Moro ed. 2016, pp. 16-20.
- Cfr. nel merito, Laura Matelda Puppini, O Gorizia tu sei maledetta, op. cit.”, A. Moro ed. 2016.
- Miriam Mafai, Pane nero. Donne e vita quotidiana nella Seconda guerra mondiale, Ediesse, 2008, citato in: Marzia Freni, Il corpo delle donne come luogo di Resistenza. Un percorso di rilettura di biografie e romanzi in una prospettiva di genere, in: https://www.novecento.org/storia-e-letteratura/il-corpo-delle-donne-come-luogo-di-resistenza-un-percorso-di-rilettura-di-biografie-e-romanzi-in-una-prospettiva-di-genere-8711/
- Mirella Alloisio, Giuliana Godoli Beltrami, Volontarie della libertà. 8 settembre 1943-25 aprile 1945, Mazzotta ed., 1981, p. 26.
- Per i gruppi di difesa della donna, cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Gruppi_di_difesa_della_donna, https://archiviodigitale.udinazionale.org/i-gruppi-di-milano-si-raccontano/.
- https://it.wikipedia.org/wiki/Gruppi_di_difesa_della_donna.
- https://storiedimenticate.wordpress.com/2019/08/27/atto-costitutivo-e-programma-dazione-dei-gruppi-di-difesa-della-donna/.
- Mirella Alloisio, Giuliana Godoli Beltrami, op. cit., p. 17.
- Ibidem.
- Ivi, pp. 17-18.
- Ivi, p. 21.
- Marzia Freni, Il corpo delle donne, op.cit.
- Mirella Alloisio, Giuliana Godoli Beltrami, op. cit., p. 21.
- Ivi, p. 23.
- https://www.centrostudilucianoraimondi.it/verso-il-voto-alle-donne/.
- Gisella Floreanini, in: https://www.repubblicadellossola.it/repubblica_ossola/index.php/protagonisti/giunta-provvisoria-di-governo/92-gisella-floreanini.
- Massimo Legani, Territori partigiani, zone libere, “repubbliche partigiane”, in: israt.it, p. 2 e Franco Gianola, Le Repubbliche dell’Italia partigiana, in: cronologia.leonardo.it/storia/).
- Sull’ argomento cfr. Massimo Legnani, op.cit.; Roberto Battaglia, Storia della resistenza italiana, Torino, Einaudi, 1994; AA.VV. (a cura di Carlo Vallauri), Le Repubbliche partigiane, esperienze di autogoverno democratico, Laterza, 2013. Inoltre risulta interessante per la mappatura delle Zone Libere partigiane e non solo pure il numero monografico per il 70° della Liberazione di “Patria Indipendente” intitolato: “Semi di Costituzione. La bella storia delle repubbliche partigiane, Roma, settembre 2014. Al suo interno si trova anche un mio contributo intitolato “Prime prove generali di nuove istituzioni”.
- Giannino Angeli, Natalino Candotti, Carnia Libera. La Repubblica partigiana del Friuli (estate autunno 1944), Del Bianco ed. 1971, pp. 80- 81.
- Ivi, pp. 183 – 184.
- Cfr. nel merito: Laura Matelda Puppini, “Prime prove generali di nuove istituzioni, pubblicato sul numero monografico per il 70° della Liberazione di “Patria Indipendente”, op. cit., pp. 28 – 29 ed anche: Roberto, Meneghetti La Giunta di Governo ed i decreti da essa emanati, in: Storia Contemporanea in Friuli, ed. a cura dell’I.F.S.M.L., n.15, 1984, pp. 72- 73; Giannino Angeli, Natalino Candotti, Carnia libera, op. cit., pp. 75-79; Ines Domenicali, op. cit., Alberto Buvoli, Ines Domenicali (a cura di), La zona libera di Carnia e del Friuli estate – autunno 1944 Le radici della democrazia, ed. I.F.S.M.L., Tolmezzo, 1994, p.30.
- Ines Dominicali, Le organizzazioni di massa in Friuli e nella Zona Libera della Carnia, in: Storia Contemporanea in Friuli, numero monografico su «La Repubblica Partigiana della Carnia e del Friuli, rivista dell’IFSML, anno XIV- 1984- n.15, p. 182.
- Ivi, p. 185.
- Ibidem.
- Ivi, p. 186.
- Ivi, pp. 185-186.
- Giannino Angeli, Natalino Candotti, op. cit., p. 185.
- Ivi, p. 60.
- Ivi, pp. 194- 195.
- Ines Dominicali, op. cit., p. 191.
- Ivi, p. 193. Su Vera Fazzutti cfr. su www.nonsolocarnia.info il mio Per la festa della donna 2021. Storie di donne partigiane. dove, riprendo in particolare quanto scrive su di Lei, come fosse da lei riportato, Gino Pieri nel suo: Storie di partigiani, Aviani & Aviani, 2014, ed anche la sua scheda n. 105 da me Laura Matelda Puppini compilata, in: https://www.nonsolocarnia.info/altre-327-schede-di-partigiane-e-partigiani-garibaldini/.
- Per Liduina Tavosanis in Concina cfr. la scheda n. 425 da me Laura Matelda Puppini compilata, in https://www.nonsolocarnia.info/472-schede-di-partigiani-garibaldini-uomini-e-donne-che-scrissero-la-storia-della-democrazia-operativi-in-carnia-o-carnici/.
- Chiara Fragiacomo, Donne cittadine nella costruzione dell’Italia democratica: l’esperienza delle repubbliche partigiane, in: AA.VV., La Repubblica partigiana della Carnia e Alto Friuli, il Mulino, 2013, p. 174.
- Sui contatti della Osoppo con il nemico cfr. su www.nonsolocarnia.info i miei: “I contatti della componente democristiana politicizzata della formazione partigiana Osoppo con i nazisti e la Decima Mas”. e “Topli Uorch, Porzus. Ancora sui contesti, su De Gregori e sui rapporti con il nemico del gruppo cattolico detentore del comando osovano.” In nota 18 di detto testo si può leggere che razza di criminale nazista fosse stato Ludolf-Jacob von Alvensleben con cui il comando osovano andò a trattare.
- Giannino Angeli, Natalino Candotti, op. cit., p. 82.
- Chiara Fragiacomo, op. cit., p. 166.
- Giannino Angeli, Natalino Candotti, op. cit., p. 62.
- Ivi, p. 246.
- su www.nonsolocarnia.info: Matteo Ermacora. Donne e bambini, vittime sacrificali nelle guerre orientali di conquista naziste. Ma come accade ed accadde in ogni territorio conquistato o in fase di conquista, lo stupro fu terribile pratica diffusa anche in Carnia in particolare nel periodo cosacco ed in Friuli, solo che le famiglie preferirono tacere quanto accaduto. Cfr. nel merito anche Fabio Verardo, Crimini contro le donne. Il collaborazionismo cosacco-caucasico in Friuli (1944-45), Carocci 2024, seconda edizione.
- https://legislature.camera.it/cost_reg_funz/667/1157/1155/documentotesto.ASP e “Il suffragio femminile in Italia: dalle origini ai giorni nostri” in: https://www.donne.it/.
- “Il suffragio femminile”, op. cit.
- Le 21 donne della Costituente, in Studi e Documenti, in: https://giovani.camera.it/node/534.
- Ibidem.
- Intervento dell’on. Molè all’Assemblea Costituente avverso la possibilità per le donne, di accedere alla magistratura, in: “Convegno “Donna é…” Intervento del Presidente del Senato, Pietro Grasso presso l’Auditorium Parco della Musica, 5 marzo 2014, in: https://www.senato.it/legislature/17/composizione/presidente/discorso/convegno-donna-e. Detta posizione del resto era pure condivisa, pare, da Giovanni Leone.
- Gabriella Luccioli, La presenza delle donne nella magistratura italiana, in https://www.donnemagistrato.it/ADMI%20-%20vers1/Home/Dettaglio/Associativa/Documenti/intervento%20Luccioli.pdf). Vedi anche: Flavio Fabbroni, Donne e ragazze nella Resistenza in Friuli, Publicoop editore, 2007, p. 76.
- Testimonianza dei compagni Canin, Attilio Puntel e Gioia, Flavio Puntel, datata Cleulis 1° marzo 1979, in: ‘Fondo testimonianze’, Busta 1 Fascicolo 7. Divisione Garibaldi, Carnia, Archivio IFSML Udine, documento 1; Eleonora Buzziolo, Partigiane in Friuli, in Storia Contemporanea in Friuli, n. 35, 2004; Flavio Fabbroni, op. cit. e pure su www.nonsolocarnia.info: Per la festa della donna 2021. Storie di donne partigiane.
- Eleonora Buzziolo, Partigiane in Friuli, op. cit., p. 82.
- Per Teresa Maria Vicentini cfr. la scheda n. 277 in: https://www.nonsolocarnia.info/altre-327-schede-di-partigiane-e-partigiani-garibaldini/
- Derna Vattolo è citata da Annibale Tosolini nella intervista da me pubblicata su: www.nonsolocarnia.info intitolata “E tu seis chi a contale, Annibale… Storia di un partigiano friulano della Divisione Garibaldi Natisone. Patrick Del Negro di Anpi Udine mi ha dato la sua scheda che ho riportato in detto testo alla nota n. 11.
- Per la storia di Gisella De Crignis, cfr. la scheda n. 82 in: https://www.nonsolocarnia.info/altre-327-schede-di-partigiane-e-partigiani-garibaldini/
- https://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_dell%27ape_regina.
- https://www.storiastoriepn.it/teresina-degan-pordenone-11-giugno-1926-4-giugno-2010-prime-idee-per-una-biobibliografia/.
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L’immagine che accompagna l’articolo ricorda il voto alle donne ed è tratta da: https://www.storicang.it/a/repubblica-assemblea-costituente-voto-alle-donne-le-tante-ricorrenze-2-giugno_15219. L.M.P.
https://www.nonsolocarnia.info/resistenza-zona-libera-di-carnia-e-friuli-donne-e-voto/https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/05/38-Immagineintroduzione.png?fit=594%2C546&ssl=1https://i0.wp.com/www.nonsolocarnia.info/wordpress/wp-content/uploads/2026/05/38-Immagineintroduzione.png?resize=150%2C150&ssl=1Senza categoriaIl 28 maggio 2026 sono stata ospite della Casa del Popolo di Torre di Pordenone grazie alla S.p.i - Cgil, ove ho parlato della “Repubblica partigiana della Carnia come esperimento di libertà attraverso il riconoscimento del diritto di voto alle donne', il che mi ha portato ad accennare a...Laura Matelda PuppiniLaura Matelda
Puppinilauramatelda@libero.itAdministratorLaura Matelda Puppini, è nata ad Udine il 23 agosto 1951. Dopo aver frequentato il liceo scientifico statale a Tolmezzo, ove anche ora risiede, si è laureata, nel 1975, in filosofia presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Trieste con 110/110 e quindi ha acquisito, come privatista, la maturità magistrale. E’ coautrice di "AA.VV. La Carnia di Antonelli, Centro Editoriale Friulano, 1980", ed autrice di "Carnia: Analisi di alcuni aspetti demografici negli ultimi anni, in: La Carnia, quaderno di pianificazione urbanistica ed architettonica del territorio alpino, Del Bianco 1975", di "Cooperare per vivere, Vittorio Cella e le cooperative carniche, 1906- 1938, Gli Ultimi, 1988", ha curato l’archivio Vittorio Molinari pubblicando" Vittorio Molinari, commerciante, tolmezzino, fotografo, Gli Ultimi, Cjargne culture, 2007", ha curato "Romano Marchetti, Da Maiaso al Golico, dalla Resistenza a Savona, una vita in viaggio nel Novecento italiano, ed. ifsml, Kappa vu, ed, 2013" e pubblicato: “Rinaldo Cioni – Ciro Nigris: Caro amico ti scrivo… Il carteggio fra il direttore della miniera di Cludinico, personaggio di spicco della Divisione Osoppo Carnia, ed il Capo di Stato Maggiore della Divisione Garibaldi Carnia, 1944-1945, in Storia Contemporanea in Friuli, n.44, 2014". E' pure autrice di "O Gorizia tu sei maledetta … Noterelle su cosa comportò per la popolazione della Carnia, la prima guerra mondiale, detta “la grande guerra”", prima ed. online 2014, edizione cartacea riveduta, A. Moro ed., 2016. Inoltre ha scritto e pubblicato, assieme al fratello Marco, alcuni articoli sempre di argomento storico, ed altri da sola per il periodico Nort. Durante la sua esperienza lavorativa, si è interessata, come psicopedagogista, di problemi legati alla didattica nella scuola dell’infanzia e primaria, e ha svolto, pure, attività di promozione della lettura, e di divulgazione di argomenti di carattere storico presso l’isis F. Solari di Tolmezzo. Ha operato come educatrice presso il Villaggio del Fanciullo di Opicina (Ts) ed in ambito culturale come membro del gruppo “Gli Ultimi”. Ha studiato storia e metodologia della ricerca storica avendo come docenti: Paolo Cammarosano, Giovanni Miccoli, Teodoro Sala.Non solo Carnia




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