Riporto qui, in quanto lo condivido pienamente, l’intervento della Presidente dell’ANPI Provinciale di Udine Antonella Lestani al presidio organizzato il 22 luglio, a Udine come in altre città italiane, per chiedere Verità e giustizia per Abderrahim Fakir, morto a Bologna a 42 anni il 19 luglio 2026 mentre due poliziotti lo immobilizzavano.

Secondo Alice Facchini aveva debiti, temeva di essere rimpatriato in Marocco e aveva chiesto di parlare con uno psichiatra. (Alice Facchini, Che storia aveva Abderrahim Fakir, in: https://www.ilpost.it/2026/07/22/morte-abderrahim-fakir-chi-era-storia-salute-mentale-debiti/)

Scrive ancora la Facchini che mentre «si conoscono bene i suoi ultimi minuti di vita, che sono stati ripresi in un video molto circolato e dibattuto», poco si conosce di lui. E sempre secondo la stessa fonte, « C’è un verbale del pronto soccorso che suggerisce che Fakir soffrisse di disagio psichico: il 20 giugno si era fatto un taglio in un polso ed era andato in ospedale a chiedere di parlare con uno psichiatra. Nel referto c’è scritto che l’uomo era «vigile e orientato, di umore deflesso ma tranquillo». Alcuni ora scrivono qualcuno che aveva avuto accesso, alcuni giorni prima, ad un cetro di salute mentale. 

Era in Italia da quando aveva 7 anni ma non aveva cittadinanza italiana, viveva a Borgonuovo in comune di Sasso Marconi ma aveva amici e una parte della famiglia al quartiere “Pilastro” dove ha trovato la morte. Fakir viene descritto da tanti come una persona gentile ed aveva avuto un precedente consumo e spaccio di droga e per aver violato i domiciliari, ma era acqua passata, sempre secondo la Facchini, e non vi erano state segnalazioni a suo carico dal 2012, cioè da 14 anni a questa parte, ma l’avviso per scontare la pena gli era giunto solo nel 2019. Però pur essendo in Italia da tanti anni, più che ‘la famiglia nel bosco’ dico io, doveva rinnovare periodicamente il suo permesso di soggiorno. (Ibidem). 

Quel giorno non aveva aggredito qualcuno, ma forse aveva palesato il suo disturbo psichico, pare, prendendo a calci le porte di uno o più garages, ed invece di finire in un centro di salute mentale od in ospedale è finito morto soffocato a terra con gli operatori della Croce Rossa fermi ad attendere, e due poliziotti ad immobilizzarlo. Questo caso dà da pensare parecchio e pertanto avendo ascoltato quanto detto dalla Presidente Anpi provinciale Antonella Lestani nel merito, lo riporto qui, perché esprime anche il mio pensiero. 

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 ANTONELLA LESTANI: VERITÀ E GIUSTIZIA PER ABDERRAHIM FAKIR. UDINE 22 LUGLIO 2026.

«Siamo qui per esprimere la solidarietà e il cordoglio dell’ANPI ai familiari di Abderrahim Fakir e per chiedere l’immediato accertamento delle cause e di tutte le eventuali responsabilità.

Mentre si ricordavano le violenze e le torture operate dalle forze dell’ordine durante il G8 di Genova nel 2001 e in piazza Alimonda moriva Carlo Giuliani colpito da un proiettile sparato da un carabiniere, nello stesso giorno 25 anni dopo, nel quartiere Pilastro di Bologna, gridando aiuto, moriva tragicamente un uomo, un essere umano bloccato e oppresso dai corpi di uomini in divisa, agenti della Polizia di Stato, sotto gli occhi immobili di operatori sanitari, con la collaborazione di un “solerte” cittadino.

Fakir come Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Andrea Soldi, Davide Bifolco, come altri in passato.

Ancora una volta ci troviamo davanti ad una espressione di disagio sociale, a una richiesta di aiuto, che viene trasformata in una questione di ordine pubblico.

Non sappiamo se abbia influito di più il colore della pelle o l’appartenenza a un quartiere popolare e marginalizzato: fatto sta che la risposta violenta dello Stato ha avuto, ancora una volta, esiti mortali.

Il clima che si è creato oggi nel Paese ci dice che le istituzioni hanno il monopolio dell’uso legittimo della forza. Il Governo continua ad approvare provvedimenti che ampliano i poteri repressivi delle forze dell’ordine, restringono gli spazi di dissenso e affrontano povertà, migrazione e marginalità come problemi di pubblica sicurezza, un potere sproporzionato e palesemente tendenzioso, che favorisce paure e tensioni sociali. Un potere sproporzionato che pone un serio problema di democrazia

Nelle “Linee guida” diffuse dal Dipartimento della pubblica sicurezza vengono date indicazioni per la gestione delle persone non collaborative. Si parla di come contenerle e «renderle inoffensive».

Siamo di fronte a una pericolosa mutazione del ruolo delle forze di polizia, si sta tornando indietro di decenni riproponendo un modello che scivola progressivamente e velocemente verso logiche repressive dove la gestione della sicurezza sociale si trasforma in militarizzazione del territorio e “caccia allo straniero” o a chi è ai margini.

Se da un lato abbiamo uno Stato che dota le forze dell’ordine di norme e tutele come lo “scudo penale”, novità dell’ultimo decreto sicurezza per cui non si può parlare di «registro degli indagati» ma di «annotazione preliminare» per cui la legge dice che se nel giro trenta giorni non emergono elementi significativi a loro carico, il pubblico ministero non può far altro che chiedere l’archiviazione, dall’ altro assistiamo al tentativo sistematico di sdoganare la giustizia sommaria. Il tentativo di stravolgere il concetto di legittima difesa a seguito di una condanna definitiva, dopo tre gradi di giudizio per: duplice omicidio, tentato omicidio, detenzione illegale di un’arma, rischia di spalancare le porte a un vero e proprio “Far West”, dove la vita umana perde valore e la vendetta privata si sostituisce allo Stato di diritto.

Tutto questo in nome della propaganda nell’assoluto disprezzo della dignità umana e della nostra Costituzione.

Nel paese c’è un clima di odio, c’è un clima in cui ogni cosa che disturba l’ordine è un elemento che deve essere addirittura punito e represso. Si sta costruendo nel Paese una retorica in base a cui la violenza e la spietatezza fanno parte di una cosa legittima e giusta. Questo è inaccettabile.

Allora siamo qui a chiedere verità e giustizia. Non possiamo accettare che restino dubbi quando una persona perde la vita durante un intervento delle istituzioni. Accertare i fatti con rigore è un dovere nei confronti dei familiari della vittima, della collettività e delle istituzioni stesse.

Antonella Lestani».

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Per ora abbiamo sentito solo che nel caso specifico, ai poliziotti intervenuti viene applicato lo ‘scudo penale’ appena varato con il nuovo “decreto sicurezza” La norma però, da quanto ho letto, non esclude la punibilità degli operatori coinvolti, ma modifica le modalità con cui la magistratura valuta il loro operato. (https://www.lastampa.it/cronaca/2026/07/21/news/fakir_bologna_nuova_norma_scudo_penale_cosa_e-15695339/)

In base al nuovo decreto, i pm di Bologna hanno iscritto i due poliziotti e i quattro operatori del 118 nel registro previsto dal decreto Sicurezza entrato in vigore ad aprile. «Si tratta di un’«annotazione preliminare», che consente di verificare se il loro comportamento sia stato coperto da una causa di giustificazione, senza iscriverli subito nel registro degli indagati. L’annotazione preliminare non apre subito un’indagine formale nei confronti degli interessati. Il pubblico ministero ha fino a 150 giorni per raccogliere gli elementi necessari, garantendo comunque agli operatori le stesse tutele previste per gli indagati. Se viene disposto un incidente probatorio, l’iscrizione nel registro degli indagati diventa obbligatoria. Se invece non sono necessari ulteriori accertamenti, il pm deve chiedere l’archiviazione entro 30 giorni dall’annotazione preliminare; se ritiene invece indispensabili altri approfondimenti, ha fino a 120 giorni per procedere all’iscrizione nel registro (…).

Inoltre Il decreto Sicurezza prevede una tutela economica per gli appartenenti alle forze dell’ordine, alle forze armate e ai vigili del fuoco coinvolti in procedimenti legati al servizio. È previsto un contributo fino a 10 mila euro per le spese legali in tutte le fasi del procedimento. Se però viene accertato il dolo, il dipendente è tenuto a restituire le somme ricevute». (Ibidem).

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E oltre questo si sa che il COIPS (sindacato di polizia), dopo la morte dell’uomo, aveva diffuso informazioni sul suo debito con la giustizia che però risaliva al 2012, e quindi senza tener conto della lentezza dell’iter giudiziario italiano, ed è stato denunciato dai parenti di Fakir.

Fakir dal 2012 aveva svolto diversi lavori fino al 1919, quando aveva dovuto scontare la pena per quanto accaduto nel 2012, ma intanto era diventato un’altra persona. Quindi nel 2025, nonostante tutto, era riuscito ad aprire una piccola ditta di carpenteria, ma i clienti non pagavano mentre egli doveva assolvere ai doveri fiscali e pagare chi lavorava per lui. Così si trovò in difficoltà e con debiti.

«Nel frattempo il rinnovo del suo permesso di soggiorno per lavoro autonomo venne rigettato, perché il suo reddito non era sufficiente e non era in regola con il pagamento delle imposte. Fece allora domanda di asilo, ma venne respinta perché il Marocco è considerato un “paese sicuro”: fece quindi ricorso e rimase in attesa della sentenza. Sperava di ottenere un permesso di soggiorno per protezione speciale, che ha una durata di due anni e consente di avere un passaporto, e quindi di poter viaggiare. Altrimenti, se avesse perso il ricorso, avrebbe rischiato di essere espulso e rimpatriato in Marocco». (Fonte: Alice Facchini, op. cit.).

Intanto continuava a vivere e lavorare regolarmente sul territorio italiano, grazie alla cosiddetta “sospensiva”, un provvedimento del giudice che lo autorizzava a rimanere in Italia con un permesso temporaneo finché non si fosse concluso il procedimento.

Ma Abderrahim Fakir, di 42 anni ed in Italia da quando ne aveva 7, descritto da chi lo conosceva come una persona ‘gentile’, ha iniziato ad avere paura quando ha sentito «che l’Unione Europea stava per approvare un regolamento che prevede misure più severe per rimpatriare più velocemente le persone straniere senza documenti. «Per lui non sarebbe cambiato niente, in realtà, ma la retorica della remigrazione che sta invadendo il dibattito pubblico lo terrorizzava», racconta Spinelli, che dice che Fakir parlava di «deportazione», ripetendo spesso: «Ho paura che mi deportano» (Ibidem). Barbara Spinelli è l’avvocato che seguiva Fakir per i problemi dati dal permesso di soggiorno, che ha pure dichiarato che l’uomo, dopo il 2012, non aveva avuto mai denuncia alcuna.

Questa è una storia emblematica che fa riflettere, e per questo ho scritto queste righe di contesto insieme all’ intervento di Antonella Lestani.

Laura Matelda Puppini

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L’immagine che accompagna l’articolo ritrae Antonella Lestani ed è tratta da: https://www.anpi.it/antonella-lestani-e-la-nuova-presidente-dellanpi-provinciale-di-udine. L.M.P. 

 

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